lunedì 16 gennaio 2006

Mi abuelo mi papá y yo


Con il suo settimo lungometraggio in dieci anni - un record per l'asfittico cinema colombiano - Dago Garcia continua il suo ritratto della classe media bogotana. Stavolta al centro della trama sono tre generazioni (nonno, papà e figlio) e le loro disavventure amorose: il nonno s'innamora facendo la fila per la pensione, il papà trasferisce su un organo di chiesa l'amore per la moglie che lo lascia, mentre il figlio scopre l'amore grazie alla procace vicina di casa.

Pur nella sua semplicità (o forse proprio grazie ad essa), la storia coinvolge e si fa seguire con partecipazione. Dago e la sua squadra di attori e specialisti fanno un'ottimo lavoro, e l'esperienza si nota e rende sullo schermo. La qualità tecnica - così difficile da ottenere fuori dai principali circuiti cinematografici - è notevole, e tutti i protagonisti maschili e femminili riescono a creare un ambiente piacevole, leggero ed intenso quando serve.

Anche Bogotà è protagonista: sebbene la famiglia viva a Chia (un sobborgo al Nord), lavora e si divaga in città - ed è una occasione per vedere alcuni scorci nobilitati dalla lente e dal calore del cinema. Il parco Simon Bolivar, la Avenida Calle 13, il Centro, la Avenida Circumvalar appaiono trasfigurati, e certamente riscaldano il cuore dei bogotani che li vedono così belli.

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