giovedì 16 marzo 2006

Liberi di tacere

C'è liberta di stampa in Colombia? Fino ad un certo punto.

Il problema di questa risposta "relativa" è che nulla aggiunge ad un'intuizione banale, ovvero che per quanto libera possa essere la stampa in un paese non lo sarà mai al cento per cento.
Ma come fare allora a graduare questa libertà?

Un aiutino ce lo dà Pierre Bordieu, intellettuale francese, nel suo saggio "Sur la Television", dove affronta il tema dell'autonomia (libertà) dei media e dei giornalisti. Proviamo ad adottare il suo "metodo di valutazione" per vedere come vanno le cose da queste parti.

In primo luogo, per Bordieu, bisogna esaminare l'autonomia della testata, discriminando quale percentuale delle sue entrate viene dai lettori (prezzo d'acquisto), quale dalla pubblicità (attenzione! Potenziale condizionamento degli advertiser) e quale dallo stato (potenziale condizionamento politico). Visto che la stragrande maggioranza dei giornali e delle TV vive grazie alla pubblicità, il secondo livello di analisi è il grado di concentrazione degli advertiser: se tutta la pubblicità di un ipotetico "giornale X" provenisse da un'unica azienda, di quest'azienda non si parlerebbe mai male, perchè perdere i suoi investimenti significherebbe la fine della testata.

Scendendo di un livello, Bordieu s'interroga su un altro aspetto chiave: l'autonomia del giornalista. Chi fa del raccontare la propria professione, dev'essere in condizione di raccontare liberamente: ogni limite a questa libertà riduce la quantità e la qualità delle storie che può raccontare - vulnerando la libertà di stampa.
Ecco quindi che un giornalista si sente più libero in un mercato dove ci sono molte testate, molti media. Il ragionamento è lineare: se dico certe cose e mi cacciano da qui, posso trovare lavoro da un'altra parte... le dico! Se invece l'unica alternativa è la disoccupazione prolungata, l'istinto di conservazione farà scattare l'autocensura.
Altri fattori condizionanti: la posizione della testata in cui opera lungo il continuum intellettuale - commerciale, la posizione del giornalista all'interno della testata e - interessante - la capacità di produzione autonoma delle informazioni: più se ne ha, più si è liberi. In altre parole, vale più un reporter investigatore che un corrispodente a Palazzo Chigi, giacchè il primo si guadagna l'accesso alla notizia, mentre al secondo gli viene concesso.

Ultimo elemento d'autonomia per Bordieu è la visibilità. Un giornalista molto visibile sa di poter contare su un pubblico fedele, e può prendersi più liberta di uno sconosciuto; il suo potere negoziale, infatti, è molto superiore, e gli consente di avere un ampio ventaglio di alternative in caso di crisi nella relazione col datore di lavoro. A mo' d'esempio, basti pensare a Montanelli, che entra in rotta col Corriere e fonda il Giornale (di Montanelli!), e quando cambia la proprietà di quest'ultimo s'inquieta e crea una nuova testata - basata qualsi esclusivamente sulla sua credibilità. Si tratta di un caso estremo - e forse unico - ma rende l'idea: se un giornalista sconosciuto pesta i piedi dei padroni o non è d'accordo con loro, può solo tacere o rinunciare.

Usiamo dunque queste categorie per parlare di Colombia, e cominciamo dalla drammatica realtà del "giornale unico": El Tiempo è l'unico quotidiano generalista disponibile a Bogotà ogni giorno. Gli si affiancano due quotidiani economici (Republica e Portafolio, quest'ultimo di proprietà de El Tiempo) ed un foglio d'opinione; ogni sabato, appare anche l'Espectador, ridotto da una crisi economica alla cadenza settimanale. Il panorama della carta stampata si completa con una manciata di riviste: Semana, Cambio, Cromos, Dinero, Poder e poche altre. Non è un caso che a Bogotà non ci siano edicole: non avrebbero nulla da vendere.
La TV è solidamente in mano al duopolio RCN - Caracol, i cui protagonisti hanno deciso di somigliarsi il più possibile, specie nei telegiornali-fotocopia che producono - parrebbe - in un'unica redazione.
La radio - concludendo - non solo fa pochissima informazione, ma tutte le grandi stazioni sono in mano ad un paio di gruppi. Insomma, il panorama è desolante ed il giornalista è insicuro e meno libero.

Sulla capacità di produzione autonoma delle notizie) non ho dati solidi da fonti sicure: solo la sensazione che di 100 notizie in TV o sui giornali, 80 sono veline del Governo, del DAS, del municipio o di Bogotà, di un senatore o di un capo paramilitare. I reportage sono così rari, che vederne uno "fa strano", pare cosa d'un altro mondo.

Passiamo al tema della visibilità: come dicevamo, se ci si riesce a fare un nome, ci si può permettere più indipendenza. Quanta ne hanno i giornalisti colombiani?
Approfittando di un viaggetto per il mondo, ho raccattato tre quotidiani in spagnolo pubblicati in tre paesi molto diversi tra loro: El Pais spagnolo (edizione di Martedì 14 Marzo), El Clarin argentino (del 15 Marzo) ed El Tiempo colombiano (16 marzo, oggi).
Li ho quindi sfogliati attentamente, contando quanti nomi di giornalisti vi comparissero. L'idea di fondo è che il primo passo verso la visibilità è firmare i propri pezzi sul proprio giornale.
Ecco i risultati: su El Pais, firmano in 64 (sessantaquatro). Su EL Clarìn sono 63 (sessantatrè); in El Tiempo, 16 (sedici).

E tutto questo senza aver neppure sfiorato il vero problema: la Colombia fa parte della top five dei paesi in cui sono stati ammazzati più giornalisti (12, dal 2000 ad oggi), e questo è il più potente, ineludibile stimolo ad un sano esercizio d'autocensura.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

CCaro Paolo
molto interessante questo articolo
sull'autonomia dei giornalisti in
Colombia.Ma guarda che in Italia la situazione non è molto diversa!
Lo si tocca con mano in questa convulsa campagna elettorale.
Infatti ha ragione il cavaliere a lamentarsi che quasi tutta la stampa è a favore di una vittoria del centro sinistra . Confesso che oggi,essendo stato proclamato all,improvviso uno sciopero dei giornali,la zia lucia mi ha portato il Tempo,uno dei pochi quotidiani usciti,e mi ha fatto piacere che difendesse Berlusconi,e ciò in ossequio alla plularità di opinioni.
A proposito,sfoglia i giornali di domani 20 marzo ove troverai i commenti ad uno scatenato intervento del Cavaliere,ma alquanto incisivo,ad un covegno confindustriale tenutosi a Vicenza.Un affettuoso saluto Mario

Flavio Ferrari ha detto...

Caríssimo Paolo,

Esse Bordieu complica demais uma coisa simples.
Liberdade de imprensa é um conceito simples. Se o governo (ou qualquer outra instituição) não pode, clara e ostensivamente, interferir naquilo que a imprensa publica, temos uma imprensa chamada de "livre".
No mais, a liberdde será sempre relativa, em decorrência das relações econômicas, políticas e sociais.

Anonimo ha detto...

Caro Paolo, il tema è interessante, anche se il fatto che tu lo tratti lì dove sei un pò mi preoccupa, okkio!
Per quanto riguarda l'Italia il tuo amico ha un'idea, come dire, "tifosa" della libertà di stampa. Non faccio, a te, l'elenco delle "proprietà" del Cavaliere nel campo dell'"informazione", anche se il tuo amico avrebbe bisogno di rileggere l'elenco. Ribadisco che è una vera manna per il centro-sinistra che il "nemico" di Prodi in questa tornata sia il Cavaliere, difficilmente Prodi se avesse avuto di fronte "Topolino" avrebbe vinto...ma con il Cavaliere è tutta un'altra storia...
La realtà è che lui è talmente "coatto" che è riuscito ad "infastidire" tutto e tutti e questo, lo dico bonariaamente anche al tuo amico, lo ha fatto tutto da solo, nessun complotto.
E' talmente "finito" che con "l'incisivo intervento in Confindustria" è riuscito sicuramente a convincere la parte "indecisa" degli industriali a votare Prodi. Gli stessi Fini e Casini sono spesso in imbarazzo di fronte alle uscite del Cavaliere.

Andiamo avanti, il drammatico periodo del Cavaliere dovremmo averlo superato.
Adesso bisogna prepararsi per l'opposizione al Governo Prodi... sperando che il seguente Presidente del Consiglio sia, che sò: Alex Zanotelli ( Padre Comboniano).
Hasta Suerte