mercoledì 23 agosto 2006

Cambio della guardia

“Caro mio, da martedì tu vai all’inferno ed io in paradiso”. Questo pare abbia detto Sabas Pretelt de la Vega – prossimo ambasciatore colombiano a Roma – a Carlos Holguin, che gli succederà sulla poltrona del ministero degli Interni e della Giustizia. L’arrivo di un politico di professione agli Interni prelude ad una svolta nel processo di “pace” con le AUC?

È felice, Sabas Pretelt. Non vede l’ora di andarsene, e vive questo passaggio di consegne con insolita leggerezza. Dopo tre anni al Ministeri degli Interni, già assapora la ricompensa promessa: l’Ambasciata a Roma, le gite in Grecia, a Cipro ed a Malta e – al termine dell’orario d’ufficio – per il centro della Città Eterna e delle altre capitali europee. Giusta pensione per un burocrate che ha portato decorosamente a termine la missione che gli era stata affidata: fare tutto ciò che volesse il Presidente Uribe, ed in particolare mettere in marcia la smobilizzazione dei paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia).

Gli è andata bene, in fondo. Lo strumento legale scelto dal governo (la “Ley de Justicia y Paz”) è un obbrobrio; i leader paramilitari hanno fatto di tutto per irritare l’opinione pubblica a suon di feste private e pubbliche spedizioni di shopping; le migliaia di “desaparecidos” degli ultimi vent’anni hanno iniziato ad essere ritrovati in decine di fosse comuni; la Corte Costituzionale ha smontato buona parte della legge; gli Stati Uniti – seppur off the record – hanno protestato.
Eppure – grazie ad un’inverosimile “latitanza” dei media e della s
ocietà civile – nulla di tutto ciò impedisce a Sabas Pretelt di considerare “un successo” i risultati dei suoi tre anni da ministro.

Se poi dovessero venir fuori “scheletri nell’armadio”, potrebbe sempre difendersi con l’argomento più consunto: ero un mero esecutore. Di fatto, la “pace” con i paramilitari è tra le grandi priorità di Uribe, e lui si è “solamente” prestato a velocizzarla. Il Presidente – culturalmente e politicamente contiguo ai paramilitari – aveva intuito già nel 2002 che con loro sarebbe stato più facile ottenere un risultato da vendere all’elettorato, ed ha puntato tutte le sue fiches di pacificatore su questo tavolo.

Negli ultimi mesi, questo “processo di pace” ha subito gravi colpi, al punto che pareva dovesse interrompersi del tutto. Prima, la sentenza della Corte Costituzionale che ha “smontato” buona parte dei benefici garantiti dal Governo ai boss smobilizzati. Di lì la loro reazione, boriosa e strafottente, che ha fatto percepire ai colombiani di quale livello di prepotenza fossero capaci. In mezzo ad un flusso continuo di ritrovamenti di fosse comuni ed assalti di “smobilizzati” (evidentemente rimessisi in moto), persino i media più compiacenti hanno dovuto registrare l’esistenza di una crisi nel processo.

Ora che Pretelt se ne va, Uribe ha bisogno di Holguin – neo insediato Ministro degli Interni – per recuperare credibilità e dimostrare agli elettori che non si sta semplicemente calando le braghe davanti ai vari Mancuso, Jorge 40 e Gordo Lindo. È facile prevedere che il nuovo Ministro sarà un esecutore meno “docile” di Sabas Pretelt delle direttive presidenziali. Si tratta infatti di un politico di professione: ministro e sindaco di Cali già negli anni Settanta, due volte Governatore del Valle del Cauca, Presidente del Senato, varie volte presidenziabile e finalmente Segretario Generale e guida del Partito Conservatore nel cammino di “accodamento” all’uribismo nascente.

Con questo curriculum – e come portabandiera di uno dei partiti tradizionali che aspettano il 2010 per riprendersi il potere – Carlos Holguin Sardi non potrà permettersi misure troppo impopolari: metterebbe a rischio il proprio capitale elettorale e quello del suo partito.

Possiamo quindi anticipare che la sua dialettica con il capo dello Stato (e dell’Esecutivo) sarà più frizzante e meno accondiscente, fatto salvo che – senza alcun dubbio – già devono essere entrambi d’accordo sui punti fermi da mantenere nei prossimi quattro anni. Non sarà certo un politico “tradizionale” come Holguin a trasformare la vergognosa “Justicia y Paz” in qualcosa che contenga – almeno in piccole dosi – giustizia, pace, verità e riparazione.



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