domenica 19 novembre 2006

Francesco

Francesco lo incontro al Penelope, un locale "in" di Bogotà di quelli in cui l'ingresso ed il "trago" (l'alcool, ovvero almeno mezza bottiglia di whisky, secondo gli standard locali) costano mezzo salario minimo (mensile).

Lui è fiorentino; quindici ore prima stava suonando a Reggio Emilia ed oggi è qui, a "far girare i piatti" per un centinaio di cachacos. "E riparti stasera stessa?", domando incredulo. "No, no: mi fermo fino a martedì, chè mercoledí sono a Lucca e giovedì a Palermo" (Palermo capoluogo siciliano, e non Palermo quartiere di Buenos Aires - devo specificare).

Questa conversazione l'abbiamo all'ultimo piano. Il Penelope é una discoteca che - come la Divina Commedia - offre una rappresentazione grafica della società: è divisa in più piani; all'inizio ed alla fine di ogni rampa di scale c'è un buttafuori che controlla il movimento; in cima c'è il VIP (da tutti pronunciato "vi-ai-pì", all'americana, e non "vip" come da noi), in fondo i bagni ed il guardaroba. L'ingresso è poco sopra i bagni, l'uscita d'emergenza poco sotto il Vi-ai-pì: quasi una fotografia della realtà sociale del paese.

In mezzo al beat ipnotico del collega locale, domando a Francesco: "Che musica fai?".
"Un po' più elettronica di questa, ma più o meno...". Inizia la sua session alle 2 de mattino, orario insolito per Bogotà ma momento in qui questo locale - praticamente un after hours - è al massimo dell'entusiasmo. I gruppetti si scatenano, con le mani al cielo, serrati attorno al loro centro di gravità - la bottiglia di whisky circondata di bicchieri col ghiaccio.



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