giovedì 9 febbraio 2006

Giustizia a Medellin


Facciamogliela, giustizia. È vero che la città è conosciuta per il famigerato cartello, e che se ne sa poco o nulla di più; ma è anche vero che è la capitale della moda colombiana, e che si sta proiettando internazionalmente.

Pochi mesi fa - Settembre 2005 - tre stilisti colombiani hanno chiuso le sfilate di "Milano Moda Donna", come parte di un accordo di gemellaggio. Ne ha parlato ilgiornale.it (e se vi andate a leggere il link, non date troppo credito alla descrizione di Medellin come una città "pacifica e serena"...).

A quanto pare, la settimana della moda ospitata dalla Capitale Paisa muove tanto denaro come quella di San Paolo del Brasile. La cosa mi pare esagerata, per cui mi riprometto di documentarmi. Nel frattempo, un link al reportage di Fabio Cuttica per contrasto.it.

lunedì 6 febbraio 2006

Stilista hard

In Colombia si cerca di accreditare Medellin come "polo stilistico nazionale", per farne una "Milano andina" (o qualcosa del genere): settimane della moda, speciali TV, accordi con mezzi specializzati eccetera.

Tristemente, però, lo stilista più chiacchierato di recente è Miguel Caballero, con la sua "High Security Fashion" - abiti blindati in tre collezioni: Classic (per militari), Gold (per guardie del corpo) e Platinum (per capi di stato, ministri e ricconi in genere).

La credenziale "made in Colombia" in questo caso aiuta in credibilità, ed ha portato Miguel dai 10 US$ d'investimento iniziale ai 96 dipendenti di oggi.

Occhio al luogo comune, però: lo stesso Miguel, in intervista a La Nación argentina, afferma di essere ancora in affari grazie all'export. Dopo l'elezione di Uribe, la stragrande maggioranza dei suoi capi si esporta, principalmente in Messico ed in Brasile.

Il "chalequero"

Il "chalequero" vende minuti.

Ad ogni angolo di strada, a Bogotà, si trovano cartelli, insegne, fogli di cartoncino scritti a mano che recitano "minuti a 250 pesos". Sono affissi alla parete, legati alle grate dei negozi o stampati addosso al venditore stesso, sul gilet (in spagnolo "chaleco"), per essere più visibili.

Se vendessero minuti di tempo libero - 15,000 pesos l'ora, poco più di 5 euro - manager e casalinghe stressate farebbero la coda per concedersi un po' di svago o una sessione di yoga. Ma i "chalequeros" vendono minuti di conversazione telefonica: il loro strumento di lavoro è un cellulare (tipicamente un Nokia antediluviano, di quelli che non si rompono mai), che passa di mano in mano tra i vari clienti per chiamate brevi e indispensabili ("sono arrivato, dove sei?"; "sono in ritardo, aspettami"; "stasera vengo e ne parliamo" e simili).

Incredibile ma vero (va specificato come se fosse strano, un'eccezione) in Colombia, non tutti hanno il cellulare: "solo" uno su tre. Gli altri hanno due modi per vivere il miraggio della comunicazione mobile - la cabina telefonica o il"chalequero". Il vantaggio di quest'ultimo è il prezzo: la metà del gettone tradizionale. E l'umanità: se si sente proprio male, o cade la linea dopo un secondo, magari non ti fa pagare.

venerdì 3 febbraio 2006

Similitudini

Il 28 gennaio scorso, il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha invitato i partiti politici italiani a non candidare indagati per mafia alle prossime politiche.

Anche in Colombia, sono settimane che si discute l'influenza dei gruppi "al margine della legge" sulle politiche di Marzo e sulle presidenziali del Maggio prossimo.
In particolare, il partito liberale ha chiesto ad Uribe di rinunciare esplicitamente all'appoggio elettorale dei paramilitari: le AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) controllano militarmente vaste zone del Paese, e possono influenzare centinaia di migliaia di voti con argomenti - come dire - molto convincenti.

A differenza della Mafia, i Paramilitari (o Paras) sono una parte sociale riconosciuta, in particolare da quando hanno avviato un processo di smobilizzazione e consegna delle armi d'accordo col Presidente Uribe; hanno la loro pagina web, il loro inno ed il loro bravo esercito, oltre ad una grande capacità di "lobbying": qualche mese fa, il portavoce ufficioso dei paras, Vicente Castaño, ha affermato di poter contar su tanti amici in Parlamento - un 35% dei deputati e senatori, puntualizzava.
Con queste premesse, si capisce la preoccupazione di alcuni, ancor più se si considera che Uribe è arrivato alla Casa de Nariño con l'etichetta di "amico dei paramilitari".

All'inizio della polemica il Governo ha cercato di gudagnar tempo, facendo finta di non capire e ricordando all'opinione pubblica che una delle condizioni dello smobilizzo dei paras è che non si possano presentare alle elezioni. Com'era ovvio, il contributo di questa posizione al dibattito è stato nullo - un po' come quando Berlusconi diceva che il conflitto d'interessi l'aveva risolto passando le cariche ai figli.

Incalzato - anche da alcuni esponenti della maggioranza - Uribe è stato costretto a dare il via libera ad un "mini purga": 5 candidati senatori sono stati espulsi dai due principali partiti uribisti.

Torniamo ora alla similitudine con l'Italia: si vocifera che i 5 stiano cercando ospitalità presso liste minori, sempre schierate col Presidente, e non dubito che la troveranno. Pecunia non olet, et vota mancum...