mercoledì 26 luglio 2006

Parla l'amante di Pablo Escobar


Dopo 15 anni di silenzio, Virginia Vallejo racconta la "sua" storia: la relazione con Pablo Escobar, il rapporto di questi con l'ex ministro Alberto Santofimio, il loro complotto per eliminare Luis Carlos Galán - ucciso a pochi giorni dalle elezioni del 1990, in cui certamente sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica. La Vallejo ha molto da raccontare: ma qualcuno vuole davvero ascoltarla? O è meglio farla tacere - per sempre - nel miglior stile del suo ex-amante?

Da settimane, il processo Santofimio tiene banco sulle prime pagine dei giornali - pardon: del giornale - colombiano. In poche parole, Santofimio viene accusato di essere il mandante dell'omicidio di Luis Carlos Galán, nel 1989, quando questi era candidato del Liberalismo alla presidenza del Paese e sicuro vincitore. Galán venne ucciso a Soacha, vicino Bogotà, durante un comizio; le immagini sono impressionanti, tanto diverse ma allo stesso tempo così simili a quelle di altri attentati "storici" (Reagan, il Papa a Piazza San Pietro, Lee Harvey Oswald): gli spari, improvvisi, la reazione delle guardie del corpo, le mitragliette che compaiono dal nulla, gli astanti che si gettano a terra e lì - sul palco - il corpo senza vita, poi inutilmente trascinato verso un'auto ed all'ospedale.

Santofimio è davvero il mandante di questo omicidio? Contro di lui le testimonianze di due "matones", due killer del narcotraffico che lo hanno sentito inveire contro Galán e chiedere a gran voce la sua morte. Nonostante anche Santofimio fosse liberale, non s'intendevano: Galán aveva formato il movimento "Nuevo Liberalismo" - che lo stava portando dritto alla presidenza - e si era macchiato della colpa di espellere Pablo Escobar - il capo dei capi del narcotraffico. Lo accolse Santofimio, nel suo movimento "Alternativa Liberal", e fu lì che cominciarono a sognare un futuro in cui entrambi sarebbero stati - in succesione - presidenti della Colombia.

Le testimonianze dei due killer non sembrano sufficienti a condannare l'ex ministro - che fa uso della sua arte oratoria per difendersi da sè, senza bisogno d'avvocato - ma ecco che entra in scena Virginia Vallejo. Giornalista e presentatrice televisiva negli anni '80, la signora Vallejo è stata per buona parte del decennio amante di Pablo Escobar e - grazie al suo profilo ed alla sua popolarità - fungeva anche da trait d'union tra il "capo" e certe parti della società civile: giornalisti, politici, persino boss di altri cartelli della mafia colombiana.

Il 16 Luglio scorso, Gonzalo Guillen del Nuevo Herald pubblica un articolo esplosivo: "l'Ex amante di Escobar apre il baule dei segreti". La principale "confessione" riguarda Santofimio ("l'ho sentito molte volte insistere con Pablo che Galán andava ammazzato") ma la signora ha molto altro da dire - al punto che Semana e Cromos titolano entrambe le loro ultime edizioni "Chi ha paura di Virginia Vallejo".

Il 1989 non è molto lontano: chissà quanti politici, giornalisti e imprenditori avranno participato in quei giorni allo scontro Galán vs. Santofimio/Escobar ed oggi sono ancora attivi e visibili. Molti di loro avranno ragioni di temere le rilevazioni dell'ex diva - e lei teme la loro reazione, al punto che ha deciso di registrare il suo memoriale in videocassetta e di mandarlo ad amici di fiducia negli Stati Uniti. Lei stessa ha seguito la stessa rotta, rifugiandosi in America del Nord su consiglio della stessa magistratura colombiana, che sa come sia impossibile proteggerne la vita nel far west colombiano.

Santofimio più vicino alla condanna? Non necessariamente.

Da un lato, c'è chi dubita della credibilità della testimone. Sono varie le accuse che gli si rivolgono:
- se sapeva delle intenzioni di Santofimio ed Escobar ed ha taciuto sarebbe in effetti loro complice e dovrebbero metterla in galera, altrochè testimonianza;
- vuole solo pubblicità per il libro di memorie che sta redigendo e che evidentemente sta per ultimare;
- è asociale, quasi cieca e povera in canna; chissà quanto le hanno offerto per infangare la memoria di Santofimio.

Dall'altro, i "vallejani" esigono che la si ascolti, e che le sue parole siano usate non solo in questo processo, ma anche in ogni altra occasione in cui sia importante ricostruire le relazioni tra politica, società e narcotraffico. Di questa opinione sono i servizi statounitentsi, che non perdono occasione per rimpinguare i loro corposi (e preziosi) dossier.

Pare però che la dichiarazione della Vallejo sia arrivata troppo tardi, dopo la chiusura della fase di "raccolta di prove" del processo Galán. Per pochi giorni di ritardo, tutte queste informazioni sarebbero del tutto inutilizzabili - almeno giudizialmente.

Resta l'aspetto "politico" della vicenda: l'ex presentatrice ha qualcosa da dire sul "terzo livello colombiano"? E - soprattutto - glielo lasceranno dire?

Ieri sera, ho sperato di sì. Ma solo per qualche minuto. RCN - primo canale per audience - annunciava da un paio di giorni uno "speciale" sul caso, con la trasmissione - addirittura - del memoriale in videotape.

Il programma - di un'ora circa - mi ha lasciato con l'amaro in bocca.

In primo luogo: la rivista Cambio - che ha pubblicato un lungo articolo sulla genesi di questo memoriale - afferma che la versione completa è lunga cinque ore (5). Il programma di RCN é durato un'ora: che fine hanno fatto le altre 4 ore 4?
Capisco la necessitá dell'editing: v'immaginate le 5.000 ore d'intercettazioni a Moggi? Neppure lo stomaco più forte può resistere...
Non mi pare però corretto che questa versione "tagliata" venga presentata come il memoriale (cosa che fa El Tiempo, quando afferma che "la testimonianza registrata dura 60 minuti"), specialmente se si considera che nè RCN nè alcuna altro mezzo ci informano di cosa contangano le altre 4 ore. Impossibile non pensare ad una censura preventiva del materiale; molto diverso sarebbe stato se i giornalisti di RCN avessero presentato l'ora di programma come un estratto, informando pure - se pur sommariamente - sul resto del nastro. O non lo hanno visto neppure loro?

In secondo luogo: verso la mezzanotte, il direttore di Noticias RCN, Álvaro Garcia nel suo programma "Primera Línea" intervista Gonzalo Guillen. Ecco l'occasione di approfondire, penso. Guillen ha avuto un lungo rapporto professionale con la Vallejo: è lui che l'ha "convinta" a parlare, che l'ha messa in contatto coi parenti di Galán, che l'ha accompagnata quando questi l'hanno filmata nel memoriale. È - insomma - un esperto del tema, che con la testimone ha parlato per ore ed ore. Garcia la vede diversamente: per lui, la cosa più importante da chiedere a Guillen è: "come hai fatto ad ottenere questo scoop?". Incredibile. Posso capire che a lui come giornalista questo possa interessare, ma il pubblico - ne sono certo - preferirebbe domandare: "di quali politici ancora in attività le ha parlato la Vallejo?".

Ho fatto uno sforzo per capirlo: l'autocensura - in Colombia - è una forma di garantirsi la sopravvivenza. Al suo posto, avrei probabilmente fatto lo stesso: meglio un giornalista mediocre (ma vivo) che un reporter d'eccezione (morto).

E spero sinceramente di star drammatizzando troppo.




martedì 25 luglio 2006

Sorpresa!

Si privatizza Ecopetrol: è ufficiale. L'annuncio lo ha dato il ministro uscente delle Miniere e dell'Energia, Luis Ernesto Mejía. Prima di lui, però, lo sapevano già tutti - persino Bogotalia...

Alle dodici di oggi, 25 Luglio, il Governo annuncia la decisione di "iniziare un processo per vincolare capitale di terzi ad Ecopetrol". L'ennesimo, fantasioso giro di parole per evitare di usare la parolina proibita: privatizzazione.

Chiunque leggesse il comunicato (spero che il link non cambi) - però - non avrebbe dubbi: di questo si tratta. Verrà venduto ai privati il 20% della compagnia; la priorità verrà data al cosiddetto "settore solidario", ovvero ai dipendenti ed ex-dipendenti, cooperative e fondi pensione.

Finisce così nel modo più scontato il minuetto dichiarazioni-smentite delle ultime settimane: Ecopetrol si privatizza. La certezza - curiosamente - si è avuta non con il comunicato dell'Esecutivo ma con la prima pagina della rivista Dinero: in Colombia la stampa cerca sempre di essere funzionale agli obiettivi del Governo, ed ancor più se si tratta di una rivista strettamente legata a Semana (diretta da un cugino del Vice Presidente - o era un nipote?).

Per chi avesse dubbi, basta leggere l'articolo: non un dubbio, non un tentennamento, non un'analisi che mostri i rischi di una privatizzazione. Non un accenno - tra l'altro - al sindacato, la Unión Sindical Obrera (USO), che si è sempre opposto a questo progetto. Il silenzio sul sindacato - il più grande del paese - è comune a tutti i media: non esiste per nessuno. Salvo - meritevole eccezione - per AP, che si prende la briga di intervistarne il segretario generale Jorge Gamboa, e per Dow Jones, che parla col tesoriere Menéndez e ne riceve in esclusiva l'annuncio di uno sciopero.

I colombiani vengono invece informati "all'acqua di rose": Caracol Noticias - nel telegiornale della sera - afferma senza pudore che "la vendita di Ecopetrol sarà molto democratica", suggerendo che Uribe ha scelto - bontà sua - di evitare processi di alienazione dittatoriale od anarchica; aggiunge poi - per ben due volte - che non si tratta di una privatizzazione ma di una capitalizzazione (quando si dice passare una velina) e dedica alla notizia meno spazio che alle donazioni della famiglia Fernandez Fernandez al quartiere "La Reliquia"; per RCN, l'altro canale, si aprono finalmente le porte al capitale privato, che permetterà all'azienda di vincere le sfide del futuro; El Tiempo - unico quotidiano nazionale - dedica al tema le solite quattro righe, in attesa di istruzioni sul tono dell'editoriale che - immancabile - apparirà domani o dopodomani.



lunedì 24 luglio 2006

Di nuovo in prima pagina

L'omicidio di Liliana Gaviria torna in prima pagina.

Il 27 Aprile scorso, Liliana Gaviria viene uccisa a Pereira, capoluogo del Risaralda, durante un tentativo di sequestro - o almeno così pare. I dubbi nascono da due fatti:
- la vittima è sorella di Cesar Gaviria, ex Presidente colombiano e presidente del principale partito d'opposizione alla coalizione uribista;
- i fatti avvengono ad un mese dal primo turno delle elezioni presidenziali, delle quali tema principale (e maggior vanto per Uribe) è la cosidetta "Sicurezza Democratica", la strategia che ha restituito un certo grado di sicurezza alle principali città del paese.

Dopo le prime notizie (e le prime smentite) e dopo che l'ex Presidente Gaviria ha evitato che il caso si tramutasse in un motivo di lotta politica, emerge una "storia ufficale", le cui lacune non vengono spiegate dagli inquirenti nè investigate dai giornalisti: restano sotto una cappa di piombo.

Fino ad oggi. E questo silenzio viene rotto da queste 164 parole, ovvero 7 paragrafi su 16 righe, pubblicate da El Tiempo - e da notizie altrettanto corte ed "essenziali" in TV.

Al centro della notizia, la condanna a 36 anni comminata a due persone, Javier Augusto Rendón Benjumea e Norbey García Orozco. E null'altro: tre mesi di processo, di ricostruzioni, d'indagini, di interrogatori, deposizioni, arringhe vengono cancellati dalla distrazione dei mezzi di comunicazione.

Neppure le domande più banali trovano risposta; ad esempio: che fine hanno fatto gli altri tre arrestati? Chi ha ucciso la Gaviria a la guardia del corpo? Erano davvero legati alle FARC?

Nulla.

Peggio: El Espectador sa qualcosa di più, e pubblica infatti i nomi di 5 contumaci. Ma non approfondisce.

Il buio è totale. Cosa c'è dietro il sipario? Cosa va in scena in Colombia? Nessuno lo sa. O meglio: qualcuno lo sa, ma la gente no.

Non resta che sperare nelle tre ultime paroline dell'articolo de El Tiempo: "Espere más información", o "More to come" - per dirlo all'inglese. Citerò Mondaini e Vianello: beato chi ci crede, noi no non ci crediamo.

Scegli la tua verità

Tre notizie sullo stesso fatto; tre punti di vista diversi - forse addirittura tre realtà diverse.

I dati in comune: nove colombiani sono dati per dispersi e poi ricompaiono nella provincia del Cesar.

Per Radio RCN, non c'è molto di più: spariscono e ricompaiono, punto.

Per El Tiempo c'è un protagonista in più: le FARC. Uno degli scomparsi ha raccontato ai media locali che sono stati "fermati" dal Fronte 41 delle FARC, che li ha interrogati per conoscere il motivo della loro presenza in zona, rilasciandoli dopo 24 ore.

Per El Espectador, i "sequestrati" dalle FARC sono liberati per pressioni congiunte di Esercito, Aeronautica, Polizia e DAS. La fonte è un generale dell'Esercito.

Questa è vera libertà di scelta: persi, trattenuti e rilasciati o rapiti e liberati?

domenica 23 luglio 2006

Immediata autosmentita

Appena scritto l'ultimo post (titolato "mo' basta") leggo su Cambio che il "domino power" diplomatico degli ultimi giorni sospingerebbe Sabas Pretelt verso la posizione di Ambasciatore a Roma.

Dopo l'assegnazione della poltrona parigina, l'ultima condizione perchè Pretelt preparasse le valigie era trovare un posto a Luis Camilio Osorio, l'attuale rappresentante in Italia.

La notizia di oggi è che Osorio andrebbe in Messico, visto che Consuelo Araújo - prima candidata - è stata dirottata al ministero degli esteri.

Vediamo quanto dura questa "soluzione"...



Mo' basta!

Ancora un capitolo della telenovela "Anche gli ambasciatori piangono".

Secondo Portafolio del 20 di Luglio scorso, il governo avrebbe chiesto a Fernando cepeda di essere il nuovo ambasciatore a Parigi.

Questo ci interessa perchè - se la notizia risultasse veritiera - Sabas Pretelt tornerebbe ad essere un serio candidato alla sede di Roma.

Come in ogni buona telenovela, però, aspettiamoci qualche colpo di scena...



venerdì 21 luglio 2006

Uribe è un furbacchione

Sabato scorso, Àlvaro Uribe ha annunciato l'intenzione del governo colombiano di presentare la propria candidatura all'organizzazione dei Mondiali di calcio del 2014.

Immediatamente, ha delegato il progetto al Vice, Francisco Santos.

La stampa gli ha subito chiesto ragioni, in particolare perchè è noto che la federazione latinoamericana ha già deciso di appoggiare la candidatura del Brasile per quella data - tra l'altro, con l'appoggio della Federazione colombiana. Santos ha risposto che la proposta è seria, e che sia aspetta una "concorrenza pulita" col Brasile; inoltre - e cala l'asso - abbiamo già vuto contatti d'alto livello con potenziali partner mondiali e regionali.

Non chiarisce - naturalmente - perchè non ne abbia parlato prima con la Federazione locale che in questi temi rappresenta il paese. Forse perchè non sono mai andati d'accordo, e perchè qualche mese fa lui stesso aveva provato a "prendere il controllo" del calcio colombiano? Forse.

Sta di fatto che Luis Bedoya - presidente della Federazione - ha dovuto rilasciare interviste sul filo del ridicolo, in cui non poteva smentire il Governo ma doveva chiarire che i giochi per il 2014 erano praticamente fatti.

Vista così, parrebbe una gaffe del Governo. E invece no: al contrario.

Alla gente piace che Uribe sia ambizioso e che creda nel paese; alla gente piace che qualcuno pensi in grande. Se poi non funzionerà, sarà colpa della grettezza dei funzionari e della loro mancanza di visione - non certo del Presidente illuminato ed audace...





Sfilata militare del 20 di Luglio


Come ogni "20 de Julio", lungo la Carrera Septima si è tenuta la tradizionale parata militare.

Di tutte le immagini, questa è la più drammatica: decine di soldati mutilati, senza una od entrambe le gambe, spinti su sedie a rotelle dai colleghi "intatti".

Che brutte scene.



giovedì 20 luglio 2006

Dueocchidastraniero sul Messico (e sull'Italia)

Vi segnalo l'intervista a Jorge Gutierrez Chavez pubblicata su DueOcchiDaStraniero.

Jorge Gutierrez Chavez è un giornalista e scrittore messicano, da più di vent'anni residente in Italia e corrispondente del Diario Milenio (qui i suoi articoli) e di Radio Centro.

DueOcchiDaStraniero è il nuovo podcast di Antonio Pavolini, pioniere del podcasting italiano, dedicato alle testimonianze di orrispondenti della stampa estera in Italia.

In questa seconda puntata si parla di Messico, USA, Venezuela, Colombia e - naturalmente - Italia.

Buon ascolto!



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mercoledì 19 luglio 2006

I Guerrieri di Terracotta al "Museo Nacional"


Sette statue del mausoleo di Xian danno vita all'"esposizione dell'anno" a Bogotà. Come spesso capita il pubblico risponde e il risultato delude - ma è sempre molto meglio di niente.

Dopo un primo tentativo frustrato dalle code, il vostro corrispondente a Bogotà è riuscito a vedere "Los guerreros de terracota: un ejercito inmortal". La foto qui a destra non mente: era una bellissima giornata e l'ex carcere che oggi ospita il Museo era al suo massimo splendore; completava il quadro un piacevole venticello (quasi un ponentino) che allontanava l'inquinamento della Carrera Septima. Sul piazzale, nemmeno dieci persone in fila - ed in cinque minuti eravamo dentro.

Pagati i 10.000 pesos del biglietto, entriamo nella sala principale. Il Museo è immenso, ma l'esposizione si limita ad una sezione a fianco dell'ingresso ed una sala poco più avanti. Non riusciamo a finire di leggere il primo cartellone sulla storia della Cina che si avvicina una guida che rapidamente convoca tutti i presenti ad una chiacchierata d'introduzione: bene! Ci parla per qualche minuto della Cina antica, dei 7 regni, della muraglia cinese, del primo grande imperatore e della sua intenzione di continuare ad espandere il suo regno all'aldilà - ragion per cui si fa seppellire con 7.000 soldati. Lei, la guida, è simpatica e comunicativa; perde un po' in credibilità quando afferma che il mausoleo originale ha una superificie di 56 chilometri quadrati e che il palazzo dell'imperatore aveva la superficie della Francia...


I guerrieri non sono un granchè, artisticamente. Anch'io non ci avrei messo troppo impegno, sapendo che erano destinati alla sepoltura... Diciamo - in altre parole - che per coglierne il senso profondo sarebbe stato necessario vederli in gran quantità: così, sette, soli soletti, non fanno grande impressione.
Non aiuta l'allestimento, poco spettacolare, che non fa nulla per avvicinarci all'emozione del mausoleo completo e neppure all'epoca storica.

In 5 minuti siamo fuori dalla prima sala e ci dirigiamo alla seconda, dove ci aspetta un lavoro di accostamento dei Guerrieri di Terracotta alle statue di San Agustín, il sito archeologico precolombiano ad una decina d'ore d'auto da Bogotà.
Molto carino il modo interattivo in cui s'invitano i bambini ad avvicinarsi all'archologia; poco sviluppato invece il tema del paragone tra civiltà e decisamente irritante il tentativo di posizionare le statue in pietra colombiane attorno al 200 A.C..

Ora sì, l'esposizione è veramente finita. Una delusione? Sì, almeno per me e per chi avesse visto l'esposizione a Roma o a Venezia nel 1994. Una mostra importante? Sì, considerando che è senza dubbio la più ambiziosa degli ultimi anni in città: per quanto il risultato finale non sia dei migliori, è fondamentale che l'ambiente si muova, che lo spirito critico si formi (e nulla lo forma più di una "sóla"), che nascano i punti di paragone, che andare al Museo Nacional (che è bellissimo, dentro e fuori, tra l'altro) diventi un programma "normale" per un bogotano.

Evviva i Guerrieri di Terracotta!


Dal Cile con ottimismo

Interessante il contributo di Ignacio Walker sul numero 2 di "Foreign Affairs en español" (apro parentesi: il link porta alla vesrione completa, disponibile online... se lo avessi saputo, non avrei mai pagato i 43.900 pesos colombiani che mi è costata la rivista - manco fosse rilegata in oro...).

Per chi non volesse leggerselo tutto, Walker vede la storia dell'America Latina nell'ultimo secolo come "una ricerca, più o meno riuscita, di risposte alternative alla crisi del dominio oligarchico, con una marcata difficoltà a sostituire l'ordine oligarchico con un ordine democratico".

In questo processo, il continente avrebbe affrontato tre grandi sfide, ognuna espressa attraverso la necessità di una scelta:

- 1 . Riforma o Rivoluzione (Anni '60 - '70)
- 2. Democrazia o Dittatura ('70 - '80)
- 3. Inclusione od Esclusione (fino ad oggi)

Quest'ultimo "dilemma" - il più attuale - lo reinterpreta come "Democrazia o Populismo", con un salto teorico che mi sfugge. Sembra infatti suggerire l'uguaglianza democrazia = inclusione, che non è certo vera nei regimi imperfetti che esistono da queste parti.

Completa l'articolo con un'analisi della relazione tra popoli e democrazia basata sui dati del Latinobarómetro del 2005. Qui sta l'ottimismo: nonostante un terzo degli intervistati dichiara di essere disposto ad appoggiare un golpe militare, a Walker pare più significativo che il 53% degli intervistati considerino la democrazia quale miglior forma di governo possibile.



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Nuova faccia de "El Tiempo"

Cambia immagine l'edizione online de El Tiempo, unico quotidiano nazionale colombiano.

Dopo anni da "ospiti" sulle pagine di Terra.com.co le pubblicazioni della CEET (Casa Editorial El Tiempo) hanno server ed indirizzi propri.

Inevitabili i "problemi di gioventù" (lentezza ad aprire e caricare le pagine, qualche "missing link") ma benvenuta la decisione di aggiornare la presenza sul web.

Per vedere com'è il nuovo eltiempo.com, potete cominciare da una rarità: una notizia sull'omicidio di Liliana Gaviria, tema praticamente sparito da mesi.



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martedì 18 luglio 2006

Sabas Pretelt in forse

Sabas Pretelt - qui annunciato come futuro ambasciatore colombiano in Italia - potrebbe finire invece a Parigi.

Il problema non sono i desideri di Guillermo León Escobar ma la confusione generata dal Presidete Uribe nella sua ansia di farsi tutti amici.

Mi spiego: un paio di settimane fa, Uribe ha annunciato che il nuovo ambasciatore a Parigi sarebbe stato Ernesto Samper. Il signore - del quale forse il nome non vi dice nulla - è stato presidente dal '94 al '98 ed è uscito da Palazzo di Nariño in mezzo ad un tremendo scandalo, il cosidetto "processo 8000", che si basava sull'accusa a Samper di essere stato eletto coi soldi dei narcotrafficanti. Nulla si è provato (tant'è che oggi samper e libero e vive comodamente - guarda caso - a Parigi), ma la cosa era seria, al punto che gli USA gli hanno ritirato il visto (e non glielo hanno ancora restituito).

Torniamo a bomba: Uribe annuncia la nomina di Samper. Poche ore dopo, Andrè Pastrana sale su un aereo e si precipita a Bogotà per conferire d'urgenza col Presidente. Antefatto: Pastrana - anche lui ex Presidente! - è ambasciatore a Washington, e quindi figura chiave di un governo vicino agli USA non solo per il Plan Colombia ma anche per il firmando TLC (Accordo di Libero Commercio, o FTA). Pastrana viene a dire due cose ad Uribe:
- la prima: "Àlvaro, sei sicuro di questa scelta? Hai considerato le reazioni ad una nomina di Samper? Negli Stati Uniti lo vedono ancora come il simbolo della Colombia fallita che si era venduta ai narcos, e non saprei come giustificare la tua scelta di fronte ai miei interlocutori";
- la seconda: "Se insisti a voler Samper a Parigi, sei libero di farlo. Ma io mi dimetto per incompatibilità morale".

Per cogliere il senso della seconda affermazione, bisogna sapere che Pastrana si era candidato alla presidenza nel 1994, ed era stato sconfitto proprio da Samper. Non solo: il Processo 8000 era partito proprio da denunce dello stesso Pastrana - che poi sarebbe succeduto a Samper nel 1998... Non proprio amici per la pelle!

Di fronte alla posizione di Pastrana, Uribe non può cedere al ricatto e conferma Samper. Pastrana si dimette. A questo punto, il colpo di scena: Samper non accetta l'ambasciata. "Non ci sono le condizioni politiche", afferma, e non a torto: la reazione di Pastrana non è isolata e molti settori della società colombiana si dicono stupiti della decisione di Uribe.

Risultato: la Colombia si trova senza rappresentanti a Parigi e a Washington. Patata bollente per il Presidente che però - fedele al suo motto "lavorare, lavorare, lavorare" - non si scoraggia ed in poche ore trova la soluzione - o almeno così crede.

Negli Stati Uniti manda l'attuale ministro degli esteri, Carolina Barco. Al suo posto mette l'ex ministro della cultura ed ambasciatrice a Città del Messico in pectore (!), Consuelo Araújo. Ed a Parigi la terza donna, María Ángela Holguín, rappresentante presso le Nazioni Unite.

Un incredibile carambola di poltrone e tutto va a posto? Macchè. C'è ancora un problema: il vice presidente Francisco Santos - incaricato di comunicare la buona notizia alla signora Holguín - non la trova e si limita a lasciarle un messaggio in segreteria telefonica:"preparar le valigie, domani vai a Parigi".
Non sapeva Santos che la Holguín voleva tornare in Colombia? Evidentemente no. Sta di fatto che la mattina seguente - dopo che il comunicato "risolutivo" era già su tutte le prime pagine - rifiuta l'offerta e lascia Presidente e Vice in diplomatiche mutande.

Ecco allora che inizia la ridda dei nomi per la poltrona in Francia - e tra i candidati troviam Sabas Pretelt, prima indicato per Roma, e al quale probabilmente non fa molta differenza stare di qua o di là dalle Alpi - basta che se ne va dal Ministero degli Interni...




lunedì 17 luglio 2006

Colombia felix?

Secondo L'indice "Happy Planet", la Colombia è il secondo paese più felice del mondo. Possibile? Nonostante la guerra civile, due milioni di sfollati, le migliaia di omicidi, i campi minati, l'ingiustizia sociale? È l'indice ad essere inaffidabile o i colombiani sono così positivi da superare ogni difficoltà? Nè una cosa nè l'altra: l'apparente paradosso si risolve studiando l'indice (e le intenzioni dei suoi autori).

I soldi non danno la felicità.

Un luogo comune che non fa onore a chi lo usa come argomento in una conversazione: è intuitivamente vero, fa piacere sentirselo dire, ma richiede basi più solide della sola vox populi. Ecco allora che un think tank lo traduce in un indice (già la parola fa più impressione, è più convincente, scientifica), lo assegna ai vari paesi del mondo e ne ottiene un ranking. Questa classifica curiosa raggiunge mille redazioni ed in tutta fretta viene semplificata, premasticata e pubblicata - magari accompagnata da slogan ad effetto.

Qualcosa del genere è accaduta alla New Economics Foundation inglese ed al suo "Happy Planet Index". L'edizione 2006 ha assegnato la palma di "paese più felice del mondo" alle Vanuatu (83 isole del Pacifico Sud, con meno di 200,000 abitanti) - medaglia ben meritata, visto che l'atollo dei mari del sud è un sogno di molti, e loro lo hanno realizzato. Più polemico il secondo posto, assegnato alla Colombia: è vero che i sudamericani sono ottimisti e positivi per natura, ma... in Colombia si concentrano i grandi problemi dell'umanità - guerra, violenza, paura, sfollamenti, povertà, fame, isolamento, ignoranza, terrore - che di solito non sono associati alla felicità...

Le reazioni a questa medaglia d'argento oscillano tra due estremi. Gli uni - ottimisti - vi leggono la capacità di superazione dei neogranadini, una straordinaria abilità nel non lasciare che i problemi li trascinino nel baratro del pessimismo e dell'infelicità. Per loro, un sorriso e l'affetto dei propri cari valgono più d'ogni altra cosa. Gli altri - pessimisti - evocano l'ignoranza ed il conformismo come uniche spiegazioni razionali: solo chi non conosce la vera felicità può darsi per soddisfatto del calvario che deve vivere. Giungono a dubitare della metodologia della ricerca.

Nessuno dei due ha ragione. E posso affermarlo con tanta sicurezza per una semplice ragione: la Colombia non è il secondo paese più felice del mondo. Non è questo che dice l'Happy Planet Index. È un po' come se oggi in Francia si aprisse un dibattito su perchè Zinadine e compagni hanno vinto i Mondiali di calcio: non importerebbero gli argomenti, perchè ha vinto
l'Italia, e non la Francia...

Facciamo quindi un passo indietro, e vediamo com'è costruito l'indice - e cosa significa veramente.

La New economics Foundation vuole farci capire che il progresso economico fine a se stesso non è un valore positivo: non possiamo continuare a misurare il benessere con il Prodotto Interno Lordo, perchè ci sfuggirebbero troppe variabili che compongono la felicità umana - e che non si includono nella semplice sommatoria di beni e servizi prodotti.
In particolare, pongono l'attenzione su di un elemento: il rispetto per l'ambiente e l'uso efficente delle risorse (scarse) del nostro pianeta. Di nulla serve aumentare il PIL se lo si ottiene a scapito dell'ecosistema e delle generazioni future. Condivido questo approccio: la felicità è "vera" quando è sostenibile ed è ottenuta nel rispetto della natura - altrimenti, somiglia più all'euforia del drogato. In altre parole: il benessere degli esseri umani non può essere ottenuto a scapito della salute del pianeta Terra.
Ecco perchè il loro indice si chiama "Happy Planet Index"(HPI): perchè serve ad identificare i paesi che meglio combinano le proprie esigenze (felicità umana) con quelle del pianeta (uso adeguato e sostenibile delle risorse).

È il momento della formula.

L'HPI si ottiene con tre soli indicatori: due per determinare la felicità del paese ed uno per misurarne il rispetto dell'ambiente. I due "felicitometri" sono l'aspettativa di vita in anni e l'autodichiarazione di soddisfazione. In soldoni: se campo 100 anni e mi considero soddisfatto, vuol dire che il mio paese mi ha dato felicitá - non ci piove.

Secondo questo elementare approccio, i più felici al mondo sono gli svizzeri: vivono fino ad 80 anni e (da uno a dieci) sono felici 8,2.
Ma allora perchè la Svizzera non compare tra i primi per HPI? Com'è possibile che a Vanuatu vada meglio, visto che vivono meno a lungo (solo 68 anni) e si considerano meno felici (voto: 7,4)?
La risposta è nel terzo elemento dell'indice: la sostenibilità dello sviluppo, il rispetto dell'ambiente. In questo terzo esame, gli elvetici sono bocciati, e precipitano dal podio al 65º posto. Il loro Ecological Footprint (EF) - infatti - è troppo grande; in altre parole, per vivere tanto e così bene stanno consumando troppo. Lo stesso dicasi - ad esempio - degli Stati Uniti d'America: gli yankees si considerano più felici dei colombiani (7,4 contro 7,2), vivono 5 anni di più ma - riecco l'esame di sostenibilità - hanno un EF che è 7 volte quello colombiano, e che è sufficiente a mandarli al 150º posto.

Tornando a bomba: ora che conosciamo meglio l'indice, vediamo com'e costruito il secondo posto della Colombia. Per semplicità, dividiamo l'analisi nei tre componenti dell'HPI: soddisfazione con la propria vita, età media ed "impronta ecologica". Tutto si spiegherà.

Autodichiarazione di felicità. Alla domanda "Considerando la tua vita in generale, quanto diresti di esserne soddisfatto, da uno a dieci?" il voto medio è stato 7,2 (sette virgola due). Non è poco - anzi. Son più soddisfatti i colombiani che gli italiani (6,9) o che gli inglesi (7,1). Impallidiscono però di fronte a svizzeri e danesi (8,2), austriaci ed islandesi (7,8), svedesi e finlandesi (7,7) ed altri venti paesi.
Crolla quindi il mito latinoamericani felici/europei tristi? Parrebbe di sì. Nella top ten abbondano gli scandinavi; al 12º posto compare il Costarica; in Venezuela si è felici come negli USA; in Colombia come in Germania; in Brasile - incredibile - molto meno che in Italia.

Aspettativa di vita. Il colombiano medio vive 72 anni e 5 mesi - poche settimane meno di un ungherese. Sono 7 anni meno di un canadese, ma quasi 30 più di un nigeriano... (e poche frasi in quest'articolo sono più tristi).

Ecological Footprint. Questo è il numeretto meno intuitivo, perchè non fa parte della nostra esperienza di tutti i giorni. Ci si arriva però con quealche passo logico. Tutti consumiamo, e tutto ciò che consumiamo proviene dalla natura: un quotidiano era un'albero, una rosetta grano ed acqua, un proiettile piombo e via dicendo. La nostra "impronta" ecologica è l'estensione di terra che serve per soddisfare le nostre esigenze di consumo - ed infatti, si misura in ettari. Ogni essere umano ha a disposizione 1,8 ettari "sostenibili", ovvero dei quali può consumare le risorse disponibili senza compromettere quelle future. Chi consuma più di questa superficie, danneggia la biosfera.
Il colombiano medio "si mangia" 1,3 ettari - è uno dei più parchi, a poca distanza dal primatista Haiti (mezz'ettaro). Stati Uniti, Qatar ed Emirati Arabi Uniti invece vantano l'ultima posizione, con più di 9 ha - per felici e longevi che siano, con queste cifre non avranno mai un HPI alto...
Chi invece mangia meno, legge meno, compra meno mobili, non ha l'automobile, non ha riscaldamento a casa nè aria condizionata, non viaggia in aereo, non ha elettrodomestici (e magari nemmeno l'elettricità a casa) ha un Ecological Footprint più ridotto, che gli farà guadagnare posti in classifica.

Ecco quindi svelato il mistero del secondo posto colombiano: soddisfatti (ma meno di decine d'altri), longevi (ma meno di decine d'altri) e... poveri, molto poveri.



venerdì 14 luglio 2006

Via Noguera, dentro Manga

Sono ormai settimane che Jorge Noguera si è dimesso da Console colombiano a Milano; in teoria, tornava a Bogotà per rispondere alle pesanti accuse che si rivolgevano a lui ed ai servizi segreti di cui era stato direttore.

In pratica, delle sue risposte non si sa nulla (potenza della rielezione?). Si parla invece del suo potenziale successore: sarebbe Germán Manga, ex Capo di Gabinetto della Vicepresidenza.

La fonte è Un Pasquin, rivista della quale abbiamo parlato in un precedente post.




mercoledì 12 luglio 2006

Un esempio di patriottimismo


"Eldorado busca ser el primero de Suramerica", titola Portafolio.

In italiano, suonerebbe "L'Eldorado a caccia del primato sudamericano". Non si tratta della mitica città inutilmente cercata dai Conquistadores spagnoli, ma dell'aeroporto di Bogotà - ed il primato sarebbe il maggior numero di passeggeri trasportati.

La vera notizia è che si sta per completare la privatizzazione dell'aeroporto, un processo complesso, poco trasparente e di recente macchiato da brutte storie di conflitto d'interessi. Il modo in cui si informa sul tema è - secondo me - un eccellente esempio di "patriottimismo", il vizio latino americano di far creder a ciascuno che il suo paese è unico, inimitabile, speciale e comunque migliore degli altri.

Che possibilità ci sono che l'Eldorado possa davvero essere il più grande aeroporto del Sudamerica? Nessuna. Non supererà mai Guarulhos o Congonhas, i giganti di San Paolo. Rimarrà, se tutto va bene, in quarta o quinta posizione grazie al semplice fatto di combinare due funzioni (scalo nazionale ed internazionale) che altrove sono separate (esempio: Buenos Aires con Ezeiza e Aeroparque e Rio de Janeiro con Galeao e Santos Dumont).

Ma perchè allora far credere ai colombiani che presto saranno numero uno? Perchè conviene. Conviene che si veda la privatizzazione come "la strada verso il primato"; e conviene che non si faccia attenzione ad altri problemi, molto più concreti e drammatici: solo il 2,8% dei viaggiatori del subcontinente sceglie l'Eldorado per qualità dei servizi, e non solo perchè è il più caro in assoluto (fonte questo documento in PDF della Camera di Commercio di Bogotà); non è chiaro poi come farà la città ad assorbire un'aerostazione da 25 milioni di passeggeri (mezzo Charles de Gaulle) in una zona centrale e mal servita come l'attuale.

Ma tant'è: viva il patriottimismo, ed abbasso il dibattito (ed il giornalismo).

Grandi code...


... al Museo Nacional per l'esposizione dei Guerrieri di Terracotta cinesi.

Ieri mattina sono andato (un martedì, alle 10 e 45 AM) contando di trovare vuoto, ed arrivando0 sulla Carrera Septima ho visto almeno 100 persone in fila. Non ho neanche parcheggiato.

Riproverò e recensirò, sia l'esposizione che il Museo.



martedì 11 luglio 2006

Cacciato Montoya

Finisce una lunga storia d'amore tra la Colombia e la Formula 1. Dopo sette anni di "gloria", Juan Pablo Montoya è stato mandato via dalla McLaren: il prestesto è stata la dichiarazione di Montoya relativa al suo futuro passaggio al Nascar nordamericano, mentre la vera ragione - sotto gli occhi di tutti - è lo scarso rendimento del colombiano.

Per tutta la Colombia è una brutta notizia: il bogotano era infatti l'unico vero idolo sportivo del Paese. In assenza di tennisti, nuotatori, cestisti, calciatori (ricordare l'assenza ai Mondiali di Germania), velocisti, a rappresentare i colori neogranadini restano un golfista di secondo piano, qualche pattinatore ed un manipolo di ciclisti: un po' poco, per un paese di 45 milioni di persone e - almeno a sentire i media locali - straripante di talento.

In questa intervista a El Tiempo, il protagonista parla della sua decisione. In tutti i bar, gli uffici e le piazze, i colombiani commentano. Probabilmente, qualche canale (City TV?) si aggiudicherà i diritti del Nascar - almeno per il 2006/2007. Poi, si vedrà.

Speriamo almeno che il prossimo disco di Shakira sia un successo.



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domenica 9 luglio 2006

L'Italia campione sui siti colombiani


Il quarto successo italiano ai campionati del mondo è notizia in Colombia. Prima che arrivino in edicola (èun modo di dire: qui non ci sono edicole) i quotidiani di domani, un'occhiata alle pagine web più aggiornate mostra alcuni modi in cui è stata presa l'affermazione della Nazionale.

El Tiempo apre con semplicità, ed accanto al titolo fa ruotare le immagini più significative. Il mio "print screen" ha beccato Zidane che volta le spalle alla Coppa.

Molti mezzi colombiani contavano su di una grande partita di Zizou: è certamente più personaggio dei nostri. La rivista Cambio gli aveva addirittura dedicato una copertina che oggi sembra ironica....

Il Diario Deportivo va oltre e titola: Zidane ha perso il Mondiale. Un po' esagerato, ma condivido la sensazione che l'espulsione della "testa calda" abbia dato la svolta alla partita. Aldilà delle sue qualità come rigorista, la sua uscita (ed il modo in cui è uscito) hanno certamente deconcentrato e depresso i compagni - e dal dischetto, chi è più presente vince.

Lineare invece El Espectador: Italia Campeón. Semplice e diretto, come la foto - classica - di Cannavaro che alza la coppa, mentre i cannoncini spara coriandoli entrano in azione. Tanto minimalismo dipende forse dalla scarsezza di risorse del giornale: un redattore creativo costa di più, e la domenica addirittura il doppio... Complimenti, comunque.

Di pochi secondi dopo (e più bella) la foto di copertina de El Colombiano. Il quotidiano di Medellin si riferisce in prima anche alla terza protagonista della giornata, almeno qui in Colombia - Shakira. Per una nazione intera senza rappresentanti in Germania (salvo il tecnico dell'Equador ed un infelice fischietto), la canzone cantata dalla barranquillera a Berlino ha rappresentato un premio di consolazione.

Concludo con El Diario del Sur di Pasto: L'Italia è TetraCampeón; Cannavaro flirta col pallone mentre un francese s'accartoccia a terra; quattro azzurri sfiorano la Coppa del Mondo con espressioni da bambini che ancora non ci credono. È la miglior sintesi della giornata.

Campioni del mondo


Vince l'Italia, perde Zidane - incredibilmente.

Una nota personale: io, le bandiere fuori dalla finestra, le ho messe... :-) Posted by Picasa

sabato 8 luglio 2006

Cosa unisce Chavez, Uribe e la Texaco?


Di come concreti interessi economici possono mettere assieme il diavolo e l'acqua santa.

Oggi, sulle sponde del lago di Maracaibo, Álvaro Uribe Velez e Hugo Chavez Frías (con un "tinto" colombiano, nella foto AP) celebreranno la "prima saldatura" del gasdotto transguajiro, che unirà Punta Ballenas (Colombia) alla raffineria Paraguaná, nell'Occidente Venezuelano. Assisteranno il presidente panamense Torrijos e rappresentanti di ChevronTexaco, la concessionaria dei pozzi colombiani dai quali verrà estratto il gas naturale.

Sarà interessante vedere tanti personaggi così dissimili festeggiare assieme, tra flash e sorrisi. Ma come? Chavez ed Uribe non erano come cane e gatto? E questo signore incravattato? Non rappresenta forse il "capitale internazionale" tanto inviso al Bolivariano? Certo, certo, ma pecunia non olet e gas naturale necesse est...

L'occidente venezuelano ha bisogno di gas , almeno finchè non si concluderanno complessi lavori di prospezione ed estrazione che dureranno almeno altri dieci anni. Pochi chilometri più ad Ovest, ChevronTexaco ha appena scavato tre pozzi nuovi e prevede di nuotare nel gas per almeno vent'anni. Il gioco è fatto: PDVSA mette gli investimenti, Texaco il gas, Uribe i buoni auspici e le garanzie. E Torrijos? Lui pensa a futuro: una volta arrivato a Punta Ballenas, il gas sarebbe a poche centinaia di chilometri da Panamà e dal futuro sistema interconnesso dell'America Centrale.

Si tratta di un'opera d'infrastruttura di piccole dimensioni: si calcola che costerà circa 250 milioni di Euro per meno di 300 chilometri d'estensione. Vale di più come simbolica integrazione tra Colombia e Venezuela, come dimostrazione che le enormi differenze politiche non impediscono agli affari di andare avanti: il Venezuela è il secondo partner commerciale colombiano dopo gli Stati Uniti, e lo scambio tra i due supera i 3 miliardi di dollari. Non sorprende che Uribe e Chavez si trattino coi guanti: il primo ha declinato l'invito di Bush a fare da ariete anti-chavista in Sud America, il secondo non perde occasione di ricordare i legami inscindibili tra i due popoli fratelli. "Ci vogliono far litigare" ha detto "ma non ci riusciranno, perchè siamo lo stesso popolo".

Kirchner, Lula e Morales continuano a discutere del "Gasoducto del Sur" (vedi foto) che - per ora - resta sulla carta. Oggi, gli affari si fanno con Uribe.



venerdì 7 luglio 2006

Rebusque Mayor - recensione

Sette storie di narcotraffico raccolte da Alfredo Molano e raccontate in prima persona. Radici e frutti di un male che è di tutta la società.

Quanti sono i narcotrafficanti in Colombia? Tanti: centinaia, migliaia, decine di migliaia. Un'esercito coi suoi soldati semplici (le "mulas", i corrieri), sergenti (i "matones", sicari), capitani (gli "arrieros", che controllano i carichi), colonnelli e generali (capetti e capi dei cartelli e mini-cartelli).

Alfredo Molano raccoglie sette storie, il più delle volte tragiche e concluse in prigione. Perchè questo mondo attira giovani e vecchi, suore e guerriglieri, colombiani ed americani? Per i soldi: la risposta è facile. E dove c'è povertà e disperazione, dove il lavoro pulito o non esiste o è schiavitù mascherata è facile cedere alle lusinghe della "plata facil".
A volte la molla è l'ingenuità o il gusto per l'avventura, ma tutto il sistema gira perchè elargisce a piene mani denaro e potere - e non solo in Colombia, dove rimane solo una parte dei profitti.

Sono migliaia i colombiani in carcere in tutto il mondo per narcotraffico: le estradizioni dei capi-cartello fanno notizia, ma delle centinaia di "mulas" quasi nessuno parla, forse per garantire loro un decente ritorno in patria dopo gli 8 o 12 anni che passano dietro le sbarre a Madrid, o in Messico o negli Stati Uniti.

Lo stile di Molano rende credibili e "digeribili" tutte le storie, per assurde che sembrino. Dato poi che si mette nei panni dei protagonisti ed usa la loro stessa voce, non c'è condanna se non quella che ciascuno ha saputo ho voluto pronunciare contro se stesso.

"Rebusque mayor" - che potremmo tradurre come "Arrangiarsi all'estremo" - è un libro che fa luce sul mondo dei "traquetos" senza forzare i toni e senza giudicare.


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Rebusque Mayor
Relatos de mulas, traquetos y embarques
di Alfredo Molano
Edizioni: El Àncora - Collana: Punto de Lectura (pocket)
Prima edizione: 1997
Questa edizione: 2005



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Por eso yo soy cobano


Mijal Mulkay e Alina Lozano hanno presentato ieri al 30º piano delle Residencias Tequendama il loro spettacolo "Por eso yo soy cobano". Nè i quattro musicisti sul palco nè il talento dei due riescono a salvare la serata.

Impegnato negli studi di Caracol con la telenovela "La Ex", l'attore cubano Mijail Mulkay ha deciso di passare i suoi giovedì sera al centro di Bogotà, e più precisamente al Café de Buenos Aires dell'Hotel Tequendama. Assieme ai "Cuatro de Belén" ed alla sua fidanzata colombiana (ed ottima attrice) Alina Lozano, ha messo in piedi un caffè-concerto in salsa di son e ieri sera lo ha presentato, di fronte ad un pubblico in gran parte formato da colleghi della farandula.

I due protagonisti hanno carisma, tempismo e presenza scenica. Non li aiuta però il testo, una raccolta di barzellette in gran parte già note unite da un debole filo conduttore - la simbiosi tra Colombia e Cuba espressa nel neologismo "cobano" del titolo. Neppure la musica - semplice e trascinante - riesce a dare la scossa allo spettacolo, ridotta com'è a sipario tra sketch.
A raffreddare l'ambiente contribuisce anche il locale, più adatto alla prima colazione di un hotel internazionale.

Suggerito solo ai grandi fan dei due o a chi volesse godere di una bella vista di Bogotà by night (prendete l'ascensore panoramico, mi raccomando).



giovedì 6 luglio 2006

Pretelt su Noguera


Maggio 2006.

Il Ministro degli Interni colombiano Sabas Pretelt risponde ai giornalisti sul "caso Noguera", ed in particolare sull'opportunità di nominarlo console a Milano dopo lo scandalo scoppiato al DAS, i servizi segreti dei quali Noguera era direttore.
"Il minimo che può fare un governo riconoscente è mandarlo a Milano... Ha catturato mille paramilitari". (Fonte: Rivista Cambio)

Sabas Pretelt sarà il prossimo ambasciatore in Italia, salvo complicazioni dell'ultim'ora.

mercoledì 5 luglio 2006

Vivaldi contro Bach: concreto Grosso

Molto carino il breve articolo di Eduardo Arias sulla semifinale di ieri sera (pomeriggio, qui).

"Gli eredi di Vivaldi e Verdi eliminano quelli di Bach e Beethoven", dice in apertura, e chiude con una considerazione - speriamo - profetica.

Ne consiglio la lettura agli ispanofoni, qui.

Per altri commenti sulla stampa latinoamericana, questo post su "Blog AmericaLatina" di Murizio Campisi.



El Chapinero

Don Antón Hero Cepeda ha lasciato il segno nella storia e nella geografia della città. Partì da Cadice nel sedicesimo secolo (o diciassettesimo?) ed anni dopo giunse a Santa Fè di Bogotà.
S'innamorò di una giovane indigena; o forse - chi lo sa? - s'interessò all'enorme terreno che il padre possedeva ai confini della città.
Installato nella casa di famiglia, continuò ad esercitare la sua professione: era calzolaio, e la sua specialità erano dei sandali che si allacciavano all caviglia, detti "chapines". Per tutti, Don Antón era "el Chapinero".
Oggi Chapinero - con quasi gli stessi confini della terra del suocero - è uno dei più grandi quartieri di Bogotà.

Questo episodio è tratto da una "cronica" di Alberto Farias Mendoza pubblicata nel 1992 da "El Espectador". Qui ne trovate una versione completa.



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martedì 4 luglio 2006

Italia in finale


La stampa online colombiana dedica le sue "prime pagine"alla vittoria italiana contro la Germania.

Di seguito, i principali link. La foto del gol di Grosso è di AFP.

- El Tiempo e La Opinion con il servizio di Vicente Panetta (AP);

- El Espectador con foto e breve commento in prima;

- El Colombiano in prima e con "intercronaca" in diretta;

- Caracol Radio ed RCN Radio con servizi propri.




domenica 2 luglio 2006

Ecopetrol, la gallina dalle uova d'oro


Come nella favola, folle è chi si mangia la gallina dalle uova d'oro (o la lascia morire, che è lo stesso). Ecopetrol vanta un utile netto 2005 di 3.250 miliardi di pesos (quasi un miliardo di Euro) ma il futuro è tutt'altro che roseo, tra (segreti) progetti di privatizzazione ed una preoccupante diminuzione delle riserve. Un fronte critico per Uribe.

Impossibile sottostimare l'importanza di Ecopetrol per la Colombia: non solo è la prima azienda per fatturato, patrimonio ed utile netto (dati 2005), ma è anche il principale esportatore (10% del totale). Neppure sommando le principali multinazionali presenti nel Paese (ExxonMobil, ChevronTexaco, BP ed Oxy) si arriva alla mole del gigante statale.

Dietro questi numeri, però, c'è l'effetto "70 dollari" - che ha tirato su tutti i bilanci del settore - ed una grande preoccupazione: che la "bonanza petrolifera" stia per finire. Sono ormai una decina d'anni infatti che non si scopre un giacimento di rilievo: dopo Caño Limón (primi anni '80) e Cusiana - Cupiagua (primi anni '90), tutte le nuove scoperte sono di piccole o medie dimensioni. Il risultato: la diminuzione della produzione (dai 817 mila barili/giorno del picco del 1999 a 526 mila nel 2005) ed il dimezzamento delle riserve provate a 1450 milioni di barili.

È finito il petrolio in Colombia? Non è detto. Per i petrolieri locali vale il detto "chi cerca, trova" ed il suo contrario: "chi NON cerca, NON trova". Il problema sarebbe il numero esiguo di pozzi esploratori scavati: 35 nel 2005, contro un minimo stimato di 66 per avere buone probabilità di una buona scoperta.
Se invece fossimo di fronte alla fine dell'era petrolifera colombiana, per il Paese sarebbe il disastro: più del 20% della spesa statale dipende dall'esportazione e dalla tassazione degli idrocarburi - se si dovesse procedere all'importazione, l'effetto sarebbe catastrofico.

La perdita dell'autosufficenza - in assenza di nuovi giacimenti - è fissata per il 2011, esattamente allo scadere del secondo mandato del Presidente Uribe. "Un politico pensa alle prossime elezioni, un uomo di stato alle prossime generazioni" disse John Clarke; per ora, Uribe pensa alla privatizzazione. Già è quasi conclusa la ricerca di un socio strategico per la raffineria di Cartagena, mentre iniziano a circolare voci della vendita di un 20% di Ecopetrol, nonostante l'opposizione del sindacato. L'idea di attirare investimenti stranieri per revitalizzare il settore prima dell'ora X è però ufficiosa: la posizione ufficiale è che Ecopetrol non si tocca e resterà pubblica (come affermò lo stesso Uribe il 1º Maggio del 2004, durante uno dei suoi "Consigli Comunali di Governo").

Il futuro della Colombia dipende in gran parte da quello di Ecopetrol. Le carte sono in tavola. Il Governo è di mano.



sabato 1 luglio 2006

Incontenibile


È la gioia de El Tiempo: incontenibile.

Mi immagino la reazione dei primi che hanno avuto accesso ai risultati della nuova inchiesta Invamer-Gallup: prima magari stupore ("come mai?"), poi qualche istante di raccoglimento e meditazione ("come possiamo usarli..?"), finalmente la decisione ("In prima pagina!"), la soddisfazione di vedere che la realtà si adatta ai propri desideri e quindi - dicevamo - la gioia.

È che secondo quest'indagine Luis Eduardo "Lucho" Garzón, sindaco di Bogotà e figura di spicco del Polo Democratico Alternativo, è sceso al livello minimo di popolarità: solo il 50% dei bogotani approva il suo operato. Tra qualche mese si stracceranno le vesti, denunciando la tirannia dei sondaggi, ma oggi gli fanno comodo e vanno in prima pagina, come se la notizia fosse il termometro e non la febbre.

Cosa ha combinato Garzón per scendere al 50%, dopo mesi in cui navigava attorno al 70%? Deluso chi si aspetta un'analisi: le buone notizie non si commentano, si prendono così come sono. e poi, in redazione erano troppo impegnati a trovare in archivio una foto in cui Lucho sembrasse disperato...
Un accenno d'interpretazione lo dà Jorge Londoño, direttore generale di Gallup: "la gente sente che la città non va bene" - complimenti. Non contento, aggiunge che l'alta votazione di Uribe alle Presidenziali deve aver influito - come, scusi?.

Così van le cose, da queste parti.