giovedì 31 agosto 2006

In giro per l'America Latina

Sono rientrato ieri da un breve viaggio a Rio de Janeiro: cinque giorni tra amici, parenti e qualche affare da sbrigare.
Questo impegno ha ridotto le pubblicazioni su Bogotalia, ma ha generato una piccola "deviazione" dal tema del blog; ho infatto pubblicato la recensione di un libro appena uscito in Brasile (3.000 dias no bunker, di Guilherme Fiuza) ed un breve appunto sulla "vita di tutti i giorni" a Rio (almeno dal mio punto di vista di ex abitante e viaggiatore frequente ed interessato).

Questi sono i link:
- Recensione di 3.000 dias no bunker;
- Articolo su Rio de Janeiro.


Buona lettura, ed a presto con nuove notizie colombiane!



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Bogotalia informa: Rio de Janeiro


Invasa da slogan elettorali e preoccupata da un'ondata di violenza, Rio de Janeiro riesce comunque a godersi il suo mite inverno.

Tra poche settimane i brasiliani rinnoveranno un'infinità di cariche elettive - tra cui il Presidente della Repubblica. Visto che il vantaggio di Lula pare davvero incolmabile, i partiti (o almeno le sezioni di Rio) hanno deciso di spingere i candidati a covernatore, deputato e consigliere comunale. È la città del carnevale: non mancano quindi i "trios eletricos" promozionali, grandi camion riempiti di altoparlanti che inondano la città di improbabili slogan basati sulla ripetizione del numero del candidato (cose del tipo "Se quiser votar na Ivete, escreve 567", con il 6 pronunciato "meia", da "meia duzia" - mezza dozzina).

Lula gira il paese per comizi, concentrando le sue energie sui candidati più bisognosi, mentre si gode una delle cose che ha in comune con Álvaro Uribe: l' effetto Teflon. Così chiamano i giornalisti colombiani la capacità del (ri)eletto di attraversare indenne le peggiori crisi del suo governo, per quanto sia evidente che il responsabile ultimo sia lui. Lo stesso accade a Lula (futuro ri-eletto) che si prende addirittura gioco delle decine di scandali di corruzione scoppiati all'interno del PT e degli altri partiti della maggioranza.
Abbandonato da buona parte del voto d' opinione, l' ex sindacalista ha riscoperto il voto popolare - e non ha bisogno d' altro.

A livello locale, i carioca sono molto preoccupati dal "caos sociale". Ha colpito molto l'omicidio di un turista portoghese, accoltellato alla gola da uno scippatore dopo che aveva cercato di resistergli - il tutto alle otto e mezzo del mattino in pieno "calçadão" di Copacabana. Senza controllo anche le bande di minorenni che assaltano le automobili ferme negli ingorghi e che la Polizia può fermare solo in flagranza di reato. "È il caos sociale" dice una delle vittime, il cui assalto è stato fotografato e messo in prima pagina da O Globo. Come se non bastasse, è esplosa sui media la storia del cadavere tagliato a metà ritrovato a Botafogo: in un cassonetto, dentro una busta della spazzatura, sono state lasciate le gambe di una signora cinquantunenne.

Sospinti dalla voglia di tranquillità, sono sempre di più quelli che si fanno sedurre dalla Miami carioca: la Barra da Tijuca. A 30 minuti d'auto dalla Zona Sul (che diventano 2 ore coi mezzi o nell'ora di punta), la Barra ripropone il modello della città nordamericana: grandi "palazzoni resort" con piscina, campo pratica e palestra interna, i frigoriferi pieni di calamite dei servizi di consegna a domicilio, le guardie ai cancelli, gli scuola bus ad ore antelucane e la città - Rio de Janeiro - che diventa lontana; sempre più lontana.



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3000 dias no bunker - recensione


Tra l'impeachment di Collor e la prima presidenza di Lula c'è l'era FHC: prima ministro delle finanze, poi due volte presidente, Fernando Henrique Cardoso ha avuto per dieci anni la guida del Paese. Guilherme Fiuza ripercorre quest'avventura dal punto di vista dell'equipe economica che lo ha circondato.

Funzionerà davvero così un Governo? Si prenderanno così decisioni importanti di politica economica? Il ritratto che Fiuza ci presenta è quello di un piccolo gruppo di persone (6 o 7) che sbarcano a Brasilia con le loro idee e riescono a trasformarle in programma ed azione di governo - apparentemente senza negoziare con la "politica". Dietro di loro, l'appoggio del ministro e poi presidente Cardoso, che grazie a queste politiche si affianca a Clinton e Blair tra i teorici della "terza via" e riesce a portare il Brasile dall' iperinflazione alla responsabilità fiscale.

Il sottotitolo del libro ("um plano na cabeça e um pais na mão" - un piano in mente ed un paese in mano) rende questa sproporzione tra agente (6 persone) ed azione (una rivoluzione economica che salva il Brasile dalla bancarotta e ne fa il favorito degli investitori internazionali). Va ricordato che dietro il "gruppo del bunker" c'è un consenso internazionale - politico ed accademico - capace di muovere montagne; ciònonostante, aver contagiato il Brasile col virus della stabilità non è risultato da poco - e se perfino Lula ha continuato ad applicare le ricette di FHC e Pedro Malan è perchè hanno lasciato il segno. Un buon segno.

Pare a tratti che il mondo della politica brasiliana degli anni '90 sia popolato solo da angeli e benefattori: i protagonisti - visti dall'autore - sono sempre spinti da motivazioni nobili e da alti ideali. Non è possibile sapere quanto questo corrisponda al vero; probabilmente tradisce una doppia vicinanza: temporale (ai fatti narrati,che culminano nel 2001) e politica (all'orientamento del "bunker").

Questa assenza di critica politica è però anche punto forte del libro: chi cercasse critiche al neoliberismo resterà a bocca asciutta, ma si tratta di un eccellente lettura per chi cerca una ricostruzione giornalistica del "dietro le quinte" che ha costruito le basi del Brasile di oggi.

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3.000 dias no bunker
Um plano na cabeça e um pais na mao
di Guilherme Fiuza
Editora Record 1a ed. 2006
in portoghese



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domenica 27 agosto 2006

Brevi aggiornamenti

Tre link relativi a temi che abbiamo trattato su Bogotalia:

- un´intervista a Sabas Pretelt de la Vega, ex ministro degli interni e - salvo smentite - futuro Ambasciatore colombiano in Italia - su El Tiempo;

- gli svizzeri di Glencore "soffiano" la raffineria di Cartagena a Petrobras, dopo che entrambi - incredibilmente - avevano passato un'offerta inferiore al minimo fissato dal governo (???) - da Terra;

- ancora elvetici i "vincitori" del simpatico appalto per la ricostruzione (ed il successivo esercizio) dell'Aeroporto di Bogotá - da El Nuevo Herald.

giovedì 24 agosto 2006

“Se guerriglieri delle FARC possono passare vent’anni in prigione, possono farlo anche gli ostaggi”. Le parole di Raul Reyes – numero due delle FARC – gelano le speranze dei parenti ed aumentano la pressione su Álvaro Uribe affinchè negozi il cosiddetto “scambio umanitario”. Sarà sufficiente?

Non dev’essere facile raggiungere il selvatico accampamento in cui si trova Raul Reyes: è uno degli uomini più ricercati del Paese, e se quello che si sa delle sue FARC è corretto, probabilmente cambia “residenza” molto frequentemente. Per un giornalista straniero s’aggiunge il timore di arrivare ma non riuscire a tornare indietro, magari perchè finito ad ingrossare la lista degli ostaggi per renderla più “appetibile” e per farla pesare di più – in termini di guerriglieri da liberare in contropartita.

Le Figaro supera entrambi i problemi e pubblica un’intervista al signor Reyes, ottenuta il 18 Agosto scorso “da qualche parte nella giungla colombiana”. L’interesse francese si spiega perchè uno degli ostaggi – la più conosciuta – è Ingrid Betancourt, cittadina francese per matrimonio dal 1981 e giovane promessa della politica colombiana almeno fino al 23 Febbraio del 2002 quando – in piena campagna presidenziale – viene sequestrata dalle FARC assieme alla sua assistente Clara Rojas.

Le notizie sulla Betancourt sono appena rassicuranti: “legge, cammina e fuma come gli altri ostaggi” dice Reyes, ma non produce alcuna prova di sopravvivenza credibile come una foto o un video. Considerata l’importanza (soprattutto internazionale) dell’ostaggio, le FARC non ammetterebbero mai che fosse malata o – peggio ancora – morta. Ecco perchè – in assenza di prove concrete – non si può dare troppo credito alle parole del comandante guerrigliero.
Neppure due mesi fa, a fine Giugno, lo stesso Reyes aveva detto praticamente le stesse cose a L’Humanité in un’intervista via Internet. Oggi estende il suo “stanno bene” anche agli altri 60 “scambiabili”, ovvero i parlamentari, deputati regionali,
poliziotti e soldati che verrebbero scambiati per i 500 guerriglieri detenuti nelle carceri colombiane.

Nonostante queste punzecchiature, le probabilità che lo “scambio umanitario” avvenga nei prossimi mesi sono minime. Uribe ha scelto di non fare alcun riferimento al tema durante il suo discorso d’insediamento, nemmeno 20 giorni fa, e si è trattato senz’altro di una scelta ponderata. Il suo colloquio con Álvaro Leyva lo stesso 7 di Agosto poteva sembrare un gesto d’avvicinamento (Leyva era candidato alle presidenziali sotto la bandiera dell’accordo con le FARC ed ha con questo gruppo ottimi canali di comunicazione), ma anche a questo risponde Reyes nella sua intervista: “non l’ho incontrato di recente nè ci ho parlato”. Allo stesso modo viene ridimensionato l’interessamento della Chiesa locale, ed il quadro che ne emerge è poco confortante: pare di tornare all’Aprile scorso quando l’”Esercito del Popolo” affermava: “Con Uribe non ci sarà scambio umanitario nè ci saranno dialoghi di pace”.

Sui media locali, la vicenda Betancourt non è da prima pagina e merita appena brevi note d’agenzia sia da El Tiempo che dal settimanale El Espectador. Occore considerare che il punto di vista locale è diverso da quello internazionale: qui si parla dei sequestrati (tra i quali la Betancourt), all’estero della Betancourt (assieme ad altri sequestrati): il peso specifico del caso particolare è minore, ed alcuni sono addirittura infastiditi dall’importanza attribuita all’ex candidata presidenziale “solo perchè è straniera”. Non basta un’intervista ad un giornale francese per diradare le nubi scure della guerra civile colombiana.



mercoledì 23 agosto 2006

Cambio della guardia

“Caro mio, da martedì tu vai all’inferno ed io in paradiso”. Questo pare abbia detto Sabas Pretelt de la Vega – prossimo ambasciatore colombiano a Roma – a Carlos Holguin, che gli succederà sulla poltrona del ministero degli Interni e della Giustizia. L’arrivo di un politico di professione agli Interni prelude ad una svolta nel processo di “pace” con le AUC?

È felice, Sabas Pretelt. Non vede l’ora di andarsene, e vive questo passaggio di consegne con insolita leggerezza. Dopo tre anni al Ministeri degli Interni, già assapora la ricompensa promessa: l’Ambasciata a Roma, le gite in Grecia, a Cipro ed a Malta e – al termine dell’orario d’ufficio – per il centro della Città Eterna e delle altre capitali europee. Giusta pensione per un burocrate che ha portato decorosamente a termine la missione che gli era stata affidata: fare tutto ciò che volesse il Presidente Uribe, ed in particolare mettere in marcia la smobilizzazione dei paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia).

Gli è andata bene, in fondo. Lo strumento legale scelto dal governo (la “Ley de Justicia y Paz”) è un obbrobrio; i leader paramilitari hanno fatto di tutto per irritare l’opinione pubblica a suon di feste private e pubbliche spedizioni di shopping; le migliaia di “desaparecidos” degli ultimi vent’anni hanno iniziato ad essere ritrovati in decine di fosse comuni; la Corte Costituzionale ha smontato buona parte della legge; gli Stati Uniti – seppur off the record – hanno protestato.
Eppure – grazie ad un’inverosimile “latitanza” dei media e della s
ocietà civile – nulla di tutto ciò impedisce a Sabas Pretelt di considerare “un successo” i risultati dei suoi tre anni da ministro.

Se poi dovessero venir fuori “scheletri nell’armadio”, potrebbe sempre difendersi con l’argomento più consunto: ero un mero esecutore. Di fatto, la “pace” con i paramilitari è tra le grandi priorità di Uribe, e lui si è “solamente” prestato a velocizzarla. Il Presidente – culturalmente e politicamente contiguo ai paramilitari – aveva intuito già nel 2002 che con loro sarebbe stato più facile ottenere un risultato da vendere all’elettorato, ed ha puntato tutte le sue fiches di pacificatore su questo tavolo.

Negli ultimi mesi, questo “processo di pace” ha subito gravi colpi, al punto che pareva dovesse interrompersi del tutto. Prima, la sentenza della Corte Costituzionale che ha “smontato” buona parte dei benefici garantiti dal Governo ai boss smobilizzati. Di lì la loro reazione, boriosa e strafottente, che ha fatto percepire ai colombiani di quale livello di prepotenza fossero capaci. In mezzo ad un flusso continuo di ritrovamenti di fosse comuni ed assalti di “smobilizzati” (evidentemente rimessisi in moto), persino i media più compiacenti hanno dovuto registrare l’esistenza di una crisi nel processo.

Ora che Pretelt se ne va, Uribe ha bisogno di Holguin – neo insediato Ministro degli Interni – per recuperare credibilità e dimostrare agli elettori che non si sta semplicemente calando le braghe davanti ai vari Mancuso, Jorge 40 e Gordo Lindo. È facile prevedere che il nuovo Ministro sarà un esecutore meno “docile” di Sabas Pretelt delle direttive presidenziali. Si tratta infatti di un politico di professione: ministro e sindaco di Cali già negli anni Settanta, due volte Governatore del Valle del Cauca, Presidente del Senato, varie volte presidenziabile e finalmente Segretario Generale e guida del Partito Conservatore nel cammino di “accodamento” all’uribismo nascente.

Con questo curriculum – e come portabandiera di uno dei partiti tradizionali che aspettano il 2010 per riprendersi il potere – Carlos Holguin Sardi non potrà permettersi misure troppo impopolari: metterebbe a rischio il proprio capitale elettorale e quello del suo partito.

Possiamo quindi anticipare che la sua dialettica con il capo dello Stato (e dell’Esecutivo) sarà più frizzante e meno accondiscente, fatto salvo che – senza alcun dubbio – già devono essere entrambi d’accordo sui punti fermi da mantenere nei prossimi quattro anni. Non sarà certo un politico “tradizionale” come Holguin a trasformare la vergognosa “Justicia y Paz” in qualcosa che contenga – almeno in piccole dosi – giustizia, pace, verità e riparazione.



venerdì 18 agosto 2006

Colombia invasa!


I primi sbarchi a Sincelejo, nella regione del Sucre, a sud di Cartagena. Informa El Heraldo di Barranquilla.

L'alieno (nella foto a destra) è stato avvistato appeso ad un albero da Jesusita Torres, alle 7:30 di ieri mattina. Non è dato sapere se fosse una solitaria avanguardia o parte di un più nutrito plotone (o reggimento?) di alieni; se l'ipotesi dell'invasione in massa fosse verificata, gli alieni sopravvissuti all'atterraggio potrebbero già essere alle porte dell'Heroica, per sottometterla ad un assedio che questa volta non potrebbe resistere.

Il colonnello Jorge Rodríguez Borbón ha deciso di consegnare l'esserino senza vita (ma non per questo innocuo) all'Incoder, affinchè si possa apprendere dalla sua struttura interna qualcosa sul nostro potenziale nemico.

Siamo nelle mani dei valorosi tecnici di Sincelejo. Speriamo che questa cittadina non passi alla storia come la porta d'ingresso dei futuri padroni del pianeta, ma che riesca ad ergersi a difesa del proseguimento dell'avventura terrestre della razza umana.



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giovedì 17 agosto 2006

Come va in Putumayo?

Al sud della Colombia, al confine coll'Ecuador e con il Perù, il Putumayo è unnnnnnnndeegioni più violente del Paese - ed anche delle più emblematiche. È infatti allo stesso tempo zona di petrolio e di coca, di guerriglia e di paramilitari, di indigeni e multinazionali.

Da lì partì sei anni fa il Plan Colombia (qui in PDF un resoconto dei risultati al 2003) e lì è tornato in questi giorni - dopo la puntata a Medellín - Adam Isacson, Director of Programs del CIP (Center for International Policy) ed esperto di Colombia.

Questo è il link dell'articolo: buona lettura.




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mercoledì 16 agosto 2006

Pablo Escobar Jeans Factory

Secondo la rivista Cambio la Signora Luz Maria Escobar de Arteaga ha chiesto di registrare come marchio commerciale la firma e l'impronta digitale di Pablo Escobar.



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martedì 15 agosto 2006

Sfacciati e felici

Si può scrivere un articolo sulla cessione a privati di tre proprietà dello Stato senza mai usare la parola "privatizzazioni"?

Ci riesce El Tiempo con questo gioiello, che in edicola compare addirittura in prima pagina (qui in pdf). "Colombia farà 3 affari da 4.000 miliardi in 15 giorni", titola.

I tre "affari" sono: la privatizzazione del 51% della raffineria di Cartagena, la concessione dell'Aeroporto di Bogotà per vent'anni e la vendita a privati del 51% di OLA, l'operatore mobile di proprietà delle municipali di Medellin e Bogotà.

Non è la prima volta che i media locali evitano di usare la "parolaccia noliberista": 5 mesi fa, per la vendita di Ecogas si parlò di "alienazione" e per quella di Telecom di "associazione", "integrazione" e "ricorso alla partnership strategica" - mentre il solito El Tiempo titolava "Il Governo in attesa di 5 grandi affari"...

Si tratta di una precisa indicazione del Governo: no alle male parole, sì alle "democratizzazioni" ed ai "processi per vincolare capitale di terzi" (come nel caso di Ecopetrol, a proposito del quale vi segnalo l'intervento di Eduardo Sarmiento).



lunedì 14 agosto 2006

Arriva Bogotà su Google Earth

Finalmente disponibile almeno una parte delle mappe di Bogotà su Google Earth; per vedere la città (dalla Calle 100 fino al Profondo Nord) basta scaricare l'ultima versione.

Fino a pochi giorni fa, Bogotà era coperta da uno spesso piumone di nubi - e bisogna pure capirli, quelli di Google, visto che il "cielo coperto" non è per nulla raro da queste parti...

Ora però almeno un terzo della città - il Nord ed il NordOccidente - è già visibile: c'è tutta la Bogotà "bene", salvo le zone più centrali di Chapinero, ed alcuni "landmark" come il Country Club o il nuovo centro commerciale Santa Fe (ancora in costruzione).

Il viaggio di Uribe

Il Presidente Uribe si concede un fuori programma e parte in tutta fretta per la Guajira.

Va forse a visitare la più grande fossa comune rinvenuta nel 2006, proprio in quella regione? Va a rendere omaggio ai 34 contadini ammazzati dai Paramilitari delle AUC?

No.

L'obiettivo del viaggio è partecipare ad un "consiglio di sicurezza" con le autorità locali, dopo l'attentato che ieri è costato la "vita" a... 95 autocisterne!

Ecco chiarite le priorità del governo: non i morti della guerra civile, ma l'infrastruttura economica (e petrolifera in particolare). Nella confusione delle parole, è bene che di tanto in tanto i fatti parlino così chiaro.



giovedì 10 agosto 2006

Un buon esempio di politica ed informazione

L'omicidio di cinque indigeni Awà può essere preso ad esempio di come si faccia informazione e politica su questi temi in Colombia.


Cominciamo dai fatti (secondo quanto riporta il comunicato stampa dell'OCUNHCHR, lunga sigla per l'ufficio per i diritti umani dell'ONU in Colombia).

DOVE: dipartimento di Nariño nella frazione di Altaquer, comune di Barbacoas.
QUANDO: le 5 AM del 9 Agosto del 2006
COSA: sono uccisi 5 indigeni Awà, sfollati a causa della guerra tra FARC ed esercito

I dettagli riportati dall'ONU e da altri media parlano chiaro: una mezza dozzina di uomini in mimetica, incappuciati, percorrono le dimore d'emergenza degli Awà con delle liste in mano; tirano fuori Juan Donaldo Morán, ex governatore della comunità; Adelaida Ortiz, professoressa; Mauricio Ortiz Burbano, Jairo Ortiz e Marlene Pai. Li portano a 150 metri dalle loro case e li uccidono.

Due elementi rilevanti:
- secondo l'ONIC (Organizzazione Nazionale Indigena di Colombia) l'equipaggiamento degli assassini era "d'us esclusivo dell'Esercito";
- il "commando" avrebbe detto ai cinque - mentre li prelevavano - che li avrebbero ammazzatti "perchè miliziani", ovvero delle FARC.

Reazioni politiche: nessuna. non mi risulta un comunicato stampa, una frase o una dichiarazione di chicchessia. Sulla pagina dell'SNE (l'agenzia pubblica che sforna veline su ogni minuto della giornata di Uribe) non c'è traccia nè di questi fatti nè della giornata mondiale dei popoli indigeni.

Copertura dei media: El Tiempo dedica a questa notizia 280 parole. La fonte pare essere il comunicato dell'ONU. Non si menzionano i paramilitari, pur presenti nella zona ed additati da alcuni indizi - tra i quali il modus operandi, tipico delle AUC. El Colombiano arriva a 968 parole; racconta ai suoi lettori la storia di Doris Punchana, attuale governatrice della comunità indigena, che era nella lista del "commando" e si è salvata perchè era a Bogotà; riporta le motivazioni dell'azione ("perchè miliziani"), non citata da El Tiempo; si prende la briga di intervistare il presidente della Onic, Luis Evelis Andrade, e dà spazio alle sue opinioni; approfondisce sulla situazione di altre comunità; e finalmente sottolinea come ONG e Governo non siano d'accordo sulla quantità di indigeni sfollati nella zona (rispettivamente 5.700 e 1.700).



mercoledì 9 agosto 2006

Due passi falsi in due giorni: non male

Dilian Francisca Toro, fresca presidente del Senato colombiano, comincia maluccio.

Tutto il Paese l'ha vista mettere la fascia presidenziale al contrario addosso ad Uribe, gesto non solo maldestro ma anche altamente iettatorio.

Ieri - approfittando del suo "protagonismo" - ha proposto di invitare i leader delle FARC in Parlamento per raccogliere le loro opinioni su un possibile processo di pace. La proposta non è durata neanche fino a sera, bocciata da maggioranza ed opposizione. L'idea le è valsa anche una tirata d'orecchi da parte del Governo, che le ha ricordato come l'ordine pubblico ed i processi di pace siano di competenza dell'Esecutivo.

Aggiungiamo a questi due episodi il tenore del suo discorso durante l'insediamento dell'altro ieri, ed è facile prevedere che questa signora - la senatrice più votata del Partito della U - dovrà allinearsi se vorrà durare, nella politica colombiana...



Una sottile differenza

Oggi si festeggia la Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni.

Qualcuno non ha colto la sottile differenza tra "festeggiare" e "fare la festa". Risultato: cinque indigeni Awá sono stati massacrati ad Altaquer, nel dipartimento di Nariño.

Non so chi possa averlo fatto, nè perchè. Di sicuro c'è che erano sfollati da qualche tempo perchè nelle loro terre si combatteva tra FARC ed Esercito. Ora stavano per rientrare, ed hanno ricevuto questo "avvertimento".

Cinque morti sono una goccia nel mare di violenza della selva colombiana; speriamo però che questa coincidenza serva ad attrarre sull'episodio un po' più di attenzione.



martedì 8 agosto 2006

Una giornata di conferme


L'insediamento di Uribe non lascia sul tappeto alcuna novità: continua la priorità alla politica di "sicurezza democratica", l'iniziativa per la pace resta alle FARC e le idee economiche e sociali del Presidente non mostrano evoluzioni. Anche sul piano internazionale si conferma l'asse centroamericano/andino, opposto alla "sinistra" di Chavez, Lula e Kirchner.

Le due grandi aspettative del passato 7 d'Agosto sono rimaste frustrate: positivo il fatto che non ci siano stati attentati (come nel 2002), sorprendente che Uribe non abbia approfittato dell'occasione per presentare qualche novità all'opinione pubblica, locale ed internazionale.

"Squadra che vince non si cambia" deve aver pensato il neo-rieletto, e nel suo discorso ha ripresentato gli stessi contenuti del quadriennio appena passato. Con 11 presidenti, decine di delegazioni, tutta la Camera, tutto il Senato e le TV a reti unificate concentrati sulle sue parole, il fatto che non abbia presentato novità può voler dire solo una cosa: non ce ne sono.

Tutto il Paese s'aspettava parole pesanti sul tema della pace, o per lo meno sullo scambio prigionieri politici vs. sequestrati (che qui è noto come lo "scmabio umanitario"). Dopo l'apertura delle FARC sul tema, infatti, in molti speravano che si potesse archiviare la "soluzione militare" al conflitto per passare alla soluzione negoziata. Macchè. Sul tema dice: "confesso che mi preoccupa [...] il rischio di non arrivare alla pace e retrocedere sulla sicurezza" ed il resto del discorso è così insulso che tutti i media considerano questa frase il passaggio più rilevante del discorso. Effettivamente l'invito alle FARC a cessare il fuoco ("Insisto sulla nostra volontà di ottenere la pace, e chiediamo fatti. Fatti irreversibili che esprimano la volontà (delle FARC) di ottenerla") non è nulla di nuovo, visto che si tratta dela posizione governatriva fin dalla campagna elettorale del 2001/2002.

Pareva poi che Uribe avrebbe annunciato il passaggio dalla "mano dura" al "grande cuore". Una volta ottenuto il successo nella "sicurezza democratica" avrebbe concentrato i suoi sforzi sull'equità e sul superamento della povertà. Anche qui, delusione. La paginetta dedicata alla "equidad" riepiloga le iniziative già annunciate ed avviate e rimanda le verifiche a fine mandato (o - peggio ancora - al 2019, orizzonte temporale della Visión Colombia Segundo Centenario).

Ma la lista degli argomenti non trattati è ancora lunga:
- non un parola sui due milioni e mezzo di sfollati, a cui paramilitari e guerriglia hanno tolto la terra e lo Stato non dà praticamente nulla;
- zero sulle privatizzazioni, se si eccettuano criptici riferimenti come: "non possiamo chiedere riforme per far partecipare la base popolare alle correnti dinamiche dell'economia e poi al momento della verità frenare le riforme";
- nulla sul processo di pace coi Paramilitari, come se non si trattasse di un'enorme incognita sul futuro del Paese - dal Governo, il tema è dato per risolto: perchè parlarne?
- silenzio assoluto sulle fosse comuni che stanno venendo alla luce a decine nelle zone "liberate" dai paramilitari smobilizzati;
- quattro parole sulla politica regionale, la maggior parte dedicate a rispolverare il "sogno di Bolivar", un argomento tanto abusato da aver perso ogni peso.


Ma di cosa ha parlato allora? Di sindacalisti e giornalisti, ad esempio: due categorie a rischio come in nessun altro Paese che ora sarebbero più protette di prima (grazie alla Sicurezza Democratica). Invita esplicitamente "alcuni settori della comunità internazionale" (e si riferisce alla OIT, al Congresso degli Stati Uniti ed a decine di ONG e Governi Nazionali...) a non dubitare delle intenzioni del Governo di garantire l'attività sindacale.
Una parte importante del discorso l'ha dedicata ad un escursus storico ed economico sul ruolo dello Stato ("nè neoliberista, nè burocratista") e sul modus operandi del suo Governo ("Ci fanno sognare le riforme proposte e portate avanti con patriottismo (sic). Ci riempiono di panico la stagnazione, gli impeti imprudenti e la corruzione").
Addirittura imbarazzante il tempo dedicato ad un'interminabile lista delle regioni del paese, per ognuna delle quali ha ricordato qualche caratteristica. L'espressione dei Capi di Stato e di Governo in prima fila era indecifrabile, mentre Uribe gli raccontava dei piccoli uccelli del Vaupés che curano le api, dei delfini rosa del Vichada, il vecchio Pelayero, la festa del 20 gennaio a Morrosquillo, i contadini "illuminati e verticali" della Cundinamarca e decine d'altre danze, feste, frutta, verdure eccetera.

Un cattivo discorso nella forma barocca e nella (scarsa) sostanza. Forse il Presidente ha considerato l'occasione poco importante, e non ha dedicato alla stesura le energie necessarie: nelle ultime settimane ha dovuto completare il puzzle delle cariche dello Stato ed accontentare tutti ha richiesto uno sforzo immane. O forse non ha alcun progetto abbstanza definito e rilevante da meritarsi una citazione: non sarebbe sorprendente per un Presidente che ha dato segni inequivocabili di adorare il micromanagement.

Tra le note più importanti del "non verbale", segnaliamo il messaggio inviato dalle presenze (e dalle assenze) degli invitati. Sono presenti a Bogotà i presidenti centroamericani e Michelle Bachelet, dal Cile, entrambe regioni che hanno l'intenzione di negoziare accordi di libero commercio con la Colombia. Presente anche Alan Garcia, rieletto da poco alla Presidenza del Perú e due ministri "tecnici" dagli Stati Uniti, più interessati al TLC ed alla proroga dell'ATPDEA. Assenti invece Chavez, Kirchner, Lula (quest'ultimo addirittura rappreentato dalla moglie, non dal vice) e naturalmente Castro. Alla prova dei fatti, il sogno di un Uribe "amico di tutti" non regge e si chiarisce quale sia il nuovo spartiacque continentale.

(La foto è di Fernando Ruiz Nieto, dell' SNE)



lunedì 7 agosto 2006

Fine giornata col sole e massima calma


18:00


Con la passeggiata di ritorno - dal Parlamento al Palazzo di Nariño - si conclude la giornata d'insediamento presidenziale (e la diretta web di Bogotalia).

L'escalada terroristica segnalata dai media si è interrotta l'altro ieri: la calma che ha regnato durante la cerimonia verrà considerata un successo delle forze dell'ordine, aldilà delle discussioni sulla sostanza di questa escalation.

Il tradizionale protocollo del 7 di Agosto è stato cambiato per introdurre gli onori militari al neo-presidente. Certamente un modo di rendere protagonista anche Juan Manuel Santos, ministro della Difesa e presidenziabile nel 2010, che si è guadagnato così una mezz'oretta di telecamera alla destra di Uribe.

In questa diretta iniziata alle due e un quarto del pomeriggio abbiamo seguito l'arrivo degli invitati, la trasmissione di uno scandaloso spot a reti unificate, l'ingresso di Uribe al Salone Ellittico del Parlamento ed il suo discorso.

Nelle prossime ore, tutti gli approfondimenti.



Un discorso sciatto e poco ispirato


17:20


Uribe ha appena concluso il suo discorso d'insediamento. Cinquantasei minuti, di cui una decina dedicati a salutare (di nuovo) tutti i presenti, maggiorenti e parenti.

Del discorso, colpisce più ciò che manca, ciò che non merita neppure un accenno: i tre milioni di sfollati, le fosse comuni di contadini, il processo di pace coi paramilitari, la politica internazionale, l'accordo umanitario per i sequestrati.
La pace - ovvero la possibilità di avviare una concreta trattativa con le FARC - merita qualche accenno generico ed in codice, che forse sarà decodificato dai protagonisti dei primi contatti riservati. Manca però un segnale chiaro - che so - una frase del tipo: "sarò presidente di tutti i colombiani, anche quelli che oggi si trovano nella selva del Putumayo". C'è invece la preoccupazione - espressa esplicitamente - che la pace si finisca per pagare con una diminuzione della sicurezza, prospettiva che Uribe esclude.

Lunghissimo e barocco l'elenco di tutte le regioni del Paese, ognuna ricordata con un fiume, un uccello tipico, una festa tradizionale, una battaglia storica, un eroe dell'indipendenza, una danza tradizionali, un tratto caratteristico degli abitanti...

"Imploriamo a Dio che c'ispiri", conclude. Supplica che - evidentemente - non ha funzionato per chi gli ha scritto l'intervento...



Saluta tutti, uno ad uno e per nome


16:00


Una volta entrato nella sala del Parlamento riunito, Uribe s'attarda a salutare uno ad uno deputati e senatori. RCN lo fa notare più volte: Uribe saluta tutti, Uribe si ricorda il nome di tutti, Uribe lavora tantissimo, Uribe si sveglia all'alba, Uribe è giovane, Uribe, Uribe, Uribe ...

L'Inno nazionale è seguito dal Giuramento del neo-Presidente, dalla consegna della fascia presidenziale (che la signora Toro riesce a mettere al rovescio, con lo stemma sulle spalle) e finalmente dal giuramento di Santos (il vice-presidente) e dal discorso dell'ospite, la presidente del Senato, che è costretta dal protocollo ad iniziare con cinque minuti d'orologio dedicati all'elenco dei presenti.

Dopo di lei toccherà al discorso di Uribe, che si preannuncia dedicato in gran parte al tema della pace.



Lo spot e la passeggiata


15:30


Incredibile. La trasmissione ufficiale - a reti unificate - inizia con uno spot di 25 minuti sulle meraviglie del primo mandato di Uribe . Grazie al cielo viene interrotto dall'apparizione sulla soglia del Palazzo di Nariño del Presidente e Vicepresidente accompagnati dalle rispettive famiglie.

La camminata fino alla sede del Parlamento scorre tranquilla, e la comitiva viene ricevuta dalla signora Francisco Toro, presidente del Senato.

In questo momento, entrano a Palazzo.



I due vicini


14:45


Luis Eduardo "Lucho" Garzón attraversa la piazza a piedi, accompagnato da una signora e senza guardaspalle. Viene dal Palazzo Lievano, la sede del municipio, che s'affaccia sulla Piazza di Bolivar. Veste la sua tradizionale divisa: un abito nero con maglione girocollo nero.
Da destra arriva il Cardinale Rubiano, anche lui vicino di casa del Campidoglio: nelle città coloniali, la cattedrale e l'arcivescovado s'affacciano sulla piazza principale.

Sono tra gli ultimi: tutte le altre delegazioni sono già dentro, e può iniziare la trasmissione ufficiale.



L'insediamento - 7 di Agosto


14:15


Dal 1886 i Presidenti colombiani s'insediano il giorno 7 di Agosto, ricorrenza della battaglia di Boyacà. Prima di allora, la data solenne era il 1º Aprile: per un Paese che cerca di costruirsi uno Stato serio, non andava affatto bene. Oggi tocca ad Alvaro Uribe, per il suo secondo mandato. 30.000 soldati mantengono l'ordine a Bogotà, 1.500 dei quali disposti su otto perimetri di sicurezza attorno a Piazza Bolivar.

Una leggera pioggerelina va e viene, ma la temperatura è mite e le delegazioni si presentano senza soprabito. La piazza é semivuota: il pubblico non è ammesso alla cerimonia. Si vedono solo soldati - alcuni in uniforme di gala, altri in mimetica o vestiti da Robocop - guardie del corpo, cameramen. Dalle strade vicine s'affacciano i tradizionali fuoristrada blindati, la versione colombiana delle auto blu.

Rispetto al programma ufficiale, c'è un leggero ritardo; i canali locali usano questo tempo extra per trasmettere riassunti più o meno positivi sui quattro anni di Uribe. Anche i giornalisti - locali e stranieri - seguono la cerimonia da un maxischermo.


Dal Divino Niño alla negoziazione del TLC

Così sarà la giornata di Uribe: é iniziata 3 ore fa - alle 6 del mattino - al santuario del 20 Luglio, e si concluderà con una riunione di lavoro con i ministri nordamericani del tesoro e del commercio per discutere della proroga dell'ATPDEA. Il sacro ed il profano; ed in mezzo, l'insediamento presidenziale, riunioni multi e bilaterali e tanta tensione.


domenica 6 agosto 2006

Domani è un altro giorno - Meno uno


Neppure oggi la calma della città è stata scossa: la giornata di sole e di caldo ha spinto decine di migliaia di bogotani, incuranti del rischio, al Parque Simon Bolivar - considerato "obiettivo terroristico" delle FARC. Ha potuto di più la voglia dei bambini di giocare con gli aquiloni che la paura disseminata dai media in questi giorni di "escalation". Il ministro degli Interni garantisce che domani andrà tutto bene, ma il peso "politico" della cerimonia è ridotto dalle molte assenze.

Il sogno di Uribe - avere ospiti Castro, Chavez e Condoleezza Rice, Alan Garcia ed Evo Morales - non si avvererà: tra ammalati, stanchi e troppo occupati, di questi cinque verrà solo Alana García. Kirchner, Castro e Chavez manderanno i rispettivi vicepresidenti, Lula la moglie, Condy due ministri minori che hanno qualcosa di concreto da trattare in Colombia. Ci saranno invece Arias - mediatore nel "conflitto" (?) coi paramilitari, la Bachelet - pronta a firmare un ALC bilaterale, i vicini Palacio e Torrijos ed i preseidenti di Paraguai, Guatemala, Honduras ed El Salvador.

Sfumato il miraggio dello scacchiere internazionale, restano la sicurezza da garantire e la faccia da salvare. El Tiempo - inspiegabilmente - ha cancellato la cerimonia d'insediamento e l'"escalation" delle FARC dalla sua edizione domenicale, forse per non turbare il week end lungo dei suoi lettori. La gente ha vissuto una domenica tranquilla, senza ciclovia (per motivi di sicurezza) ma col sole ed il vento tipici del mese di Agosto. Ed il ministro degli Interni (e futuro ambasciatore a Roma) Sabas Pretelt de la Vega garantisce che andrà tutto bene e che le FARC cercano di "sporcare il buon nome della Colombia all'estero" millantando un potere militare che non hanno.

Il programma prevede vari incontri bilaterali prima e dopo la cerimonia, che verrà trasmessa in diretta TV. Una dozzina di capi di Stato - con rispettive scorte e servizi segreti - significano molti movimenti, imprevisti, punti deboli: davvero squadre delle FARC si aggirano per la città cercando di guastare la festa ad Uribe? A giudicare dalle notizie degli ultimi giorni parrebbe di sì - ma della stampa colombiana è meglio non fidarsi, vista la brutta abitudine che ha di pubblicare acriticamente le "veline" del Governo. Inoltre, non va dimenticato che il DAS (Departamento Administrativo de Seguridad, i servizi segreti) ha messo in scena diversi attentati contro Uribe con l'unico scopo di accrescerne la popolarità e l'alone d'eroismo...

Domani, vada come vada, sarà una giornata cruciale per il Paese. Seguitela - in diretta - su Bogotalia, a partire dalle 21:15 (ora italiana).



Auguri, Bogotà - 468 anni

Cara Bogotà,

ti auguro di cuore un futuro radioso di serenità, pace e sviluppo per te e per tutti i tuoi cittadini.

So che sei cresciuta molto in fretta (eri un paesone, appena cent'anni fa!) e che non hai avuto vita facile, ma sono convinto che riuscirai a diventare il motivato orgoglio di tutti i colombiani.

Un giorno, tutti i bogotani potranno sentirsi completi e realizzati. Un giorno, persino sulla Carrera Septima l'aria sará respirabile. Un giorno, i tuoi desplazados potranno tornare nelle loro terre.

Fino ad allora, i cerros veglieranno sul tuo cammino di gigante bambino: ricordati che sei la 30ª città più grande del pianeta, e che la nostra è ormai una civiltà della città! Prendi le cose buone - lo spirito positivo della tua gente, il Transmilenio, i grandi spazi dei dintorni e delle avenidas, la ricchezza naturale delle Ande - e proiettale nel futuro: ad maiora!



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Cosa succede a Medellin

Vi segnalo quest'ottimo articolo di Adam Isacson (in inglese) sulla situazione di Medellin.

La città, da qualche anno, è più sicura, meno violenta. L'indice di omicidi - ad esempio - oggi è inferiore a quello di Washington (Washington negli Stati Uniti!!).

Cosa ha generato questo cambiamento? Isacson identifica tre ordini di motivi, ed a ciascuno dedica un'analisi ben informata.

Può durare? Sì, ma esistono vari fattori di rischio - ben spiegati dall'autore.

Buona lettura.




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sabato 5 agosto 2006

La calma - Meno due

In tutto il Paese 137,000 soldati e poliziotti sorvegliano, perquisiscono, arrestano, disinnescano. Sono le 19:15 ora locale, ed a due giorni dall'insediamento di Uribe la giornata è stata tranquilla. Durerà? O si ripeteranno i tragici fatti del 2002 o - peggio ancora - del 1956?

Splendida la foto AFP (qui a destra) che compare sull'edizione online de El Tiempo. A dire il vero, non ci sono poi tanti carri armati in giro: il fotografo dev'essersi appostato per ore (o magari s'è messo d'accordo col sergente maggiore sulla torretta: "nada raro sería", si dice da queste parti). Più evidenti i posti di blocco (diverse decine, dappertutto) ed i sorvoli continui di elicotteri. L'atmosfera è tesa, c'è una coscienza collettiva riguardo alla delicatezza della giornata di dopodomani: le mamme ed i fratelli maggiori consigliano di evitare i centri commerciali, i gruppi di amici scelgono con cura dove incontrarsi e privilegiano le feste in casa - le uniche in cui si può bere a volontà, visto che in città vige la "ley seca", zero alcool.

Fuori dalle grandi città, le FARC continuano ad attaccare obiettivi militari e d'infrastruttura, che non possono però collegarsi alla cerimonia del 7. I media - esagerando - continuano a parlare di una escalation terrorista. Pare piuttosto che i due principali attentati (Cali e Bogotà) siano "prove tecniche" in vista delle due giornate chiave: il 6 Agosto a Medellin, ed il giorno dopo nella capitale.

Nella "città dell'eterna primavera" si sta svolgendo il "festival dei fiori", ed il 6 toccherà alla tradizionale sfilata dei "silleteros" (nella foto a sinistra - di Julio César Herrera, pubblicata da El Tiempo). Uribe ha promesso di esserci, e difficilmente deluderà i suoi concittadini paisa- oltre a non potersi permettere di mostrarsi timoroso.

Il giorno dopo, poi, ci saranno da difendere anche Oscar Arias, Michelle Bachelet, Enrique Bolaños, ed Alan Garcia - gli unici presidenti confermati dopo che anche Hugo CHavez - dopo Lula - ha deciso di dedicare la sua domenica ad "Aló, Presidente" e non all'amico Álvaro. Resta da vedere se ci saranno Alfredo Palacio ed Evo Morales, ma anche in loro assenza i grattacapi per le forze dell'ordine saranno non pochi.

Lo spettro da evitare è il 2002, quando il primo insediamento di Uribe venne accolto da una grandinata di razzi; al 1956 ci pensano in pochi, ma quei pochi non possono resistere ad un brivido di terrore: il 7 Agosto di quell'anno, a Cali, dua camion militari con 42 tonnellate di dinamite a bordo esplosero in pieno centro, lasciando un numero imprecisato di morti - forse 5.000.

Speriamo che questo "giorno sette" si possa ricordare come una giornata tranquilla, nonostante le decine, forse centinaia di persone che stanno lavorando - ora, mentre scrivo - per farne una tragedia, l'ennesima.



Verso un espresso all'italiana


Le riviste Catering e Elgourmet.com stanno organizzando il primo Concorso Nazionale per Baristi (e la parola spagnola è proprio "baristas", che qui suona assolutamente esotica).

L'idea è chiudere il divario tra coltivazione e produzione di caffè da un lato ed abilità nel prepararlo dall'altro. Non pare "giusto", da queste parti, che l'Italia sia considerata una delle maestre del caffè senza che nel suo territorio se ne coltivi una sola piantina, o che gli Stati Uniti (vedi sopra per le piantine) siano diventati potenze nel marketing dell'arbusto.

L'idea è buona, la strada lunga: la tardizione colombiana vuole che il caffè si serva solo come "tinto", ovvero macinato filtrato attraverso un colino di panno (o una macchina industriale, nel peggiore dei casi). A parte le classiche combinazioni (molto latte, poco latte, grande, piccolo, eccetera) non ci sono particolari specialità, neppure nell'eje cafetero - la zona che in gran parte vive di questa pianta.

Il Campionato si terrà a fine Agosto, e subito proveremo per voi l'espresso del vincitore!




venerdì 4 agosto 2006

La scommessa - Meno tre


Mancano tre giorni al 7 di agosto ed al secondo insediamento di Àlvaro Uribe a Palazzo di Nariño. Quattro anni fa, le FARC lo ricevettero a suon di missili (e non è un modo di dire); quest'anno 30,000 soldati e poliziotti pattugliano da giorni le strade di Bogotà per evitare il bis: ce la faranno?

7 Agosto 2002. Una pioggia di razzi saluta il neo-presidente Uribe e lascia 21 morti, la maggior parte nel quartiere del Cartucho (poi demolito e sostituito da un parco). Solo la rapida azione della Polizia evitò il peggio: grazie alle telefonate di semplici cittadini che avevano visto le scie dei missili in partenza riuscì infatti ad identificare le basi di lancio ed interrompere la grandinata mortale.

Le FARC riuscirono comunque a trasmettere il loro messaggio: possiamo fare quello che vogliamo, persino bombardare il Palazzo Presidenziale nel giorno in cui è più protetto.

Sono passati quattro anni, e la scena potrebbe ripetersi tra 3 giorni - con gli stessi protagonisti,. La differenza è che Uribe è stato rieletto grazie ai suoi "successi" nella politica di sicurezza, i particolare nel confronto militare con le FARC. Se quest'anno si ripetessero attentati di quella gravità, sarebbe uno smacco.

La scommessa è chiara: giornata tranquilla, vince Uribe. Attentati simbolici, vincono le FARC.

Dal canto loro, i guerriglieri dell'"Esercito del Popolo" sembrano intenzionati a fare il bis: l'altro ieri è scoppiata un'autobomba a Bogotà al passaggio di un convoglio militare (un morto, civile e pochi danni materiali, come si vede dalle foto di 2600metros); oggi è toccato a Cali, cinque morti (foto AP tratta da El Tiempo). Nel frattempo centinaia di chili di esplosivo sono stati sequestrati nella Capitale, di cui un paio di quintali caricati su taxi ed - apparentemente - destinati ad esplodere pochi minuti dopo la loro scoperta.
Le strade vicine al Palazzo Presidenziale son chiuse da oggi (anche se - va detto - i rockets del 2002 vennero lanciati da 30 isolati di distanza); i posti di blocco sono centinaia; è proibito portare armi da fuoco e le moto non possono circolare col passeggero a bordo, nè è consentito il trasporto di bombole di gas, normalmente usate come bombe per attentati in zone rurali.

Oltre a proteggere Uribe, le forze dell'ordine dovranno preoccuparsi anche dei partecipanti alla cerimonia: hanno già annunciato la loro presenza i capi di Stato di Salvador, Guatemala, Equador, Brasile (poi rimangiata: verrà la moglie...), Paraguai, Cile, Honduras, Panama, Perù, Costarica, Repubblica Dominicana e Venezuela (sì proprio l'amico Chavez) - anche se poi l'effettiva partecipazione sarà un'altra storia. (Non verrà Castro - per ovvi motivi - ed è in dubbio Condoleezza Rice). Non ci saranno invece moltitudini di civili: grazie al cielo non rientra nelle tradizioni locali.

L'altro fronte a rischio in questi giorni è Medellin: la capitale antioqueña celebra la tradizionale Festa dei Fiori ed Uribe - ex Governatore e paisa egli stesso - non può mancare. Risultato: anche a Medellin si blinda.

Come andrà: la copertura "in diretta" qui, su Bogotalia.




Ambasciata d'Italia in Colombia - nuovo sito

http://www.ambbogota.esteri.it

Questo è il nuovo indirizzo della nostra rappresentanza locale.

La vecchia pagina (ambitaliabogota.org) non è più accessibile. La nuova è in costruzione, ma mi pare che contenga l'essenziale.

Questo post vale come risposta al commento di un lettore - Paoliño - che si deve essere trovato davanti varie volte questa simpatica schermata...





Arias riceve le AUC

Tra cinque ore, il presidente del Costarica riceverè tre "boss" paramilitari. Non esistono fonti ufficiali sui motivi della visita, nonostante i tre verranno accompagnati da un rappresentante dell'Alto Commissario per la Pace colombiano.

Arias sarà a Bogotà lunedì prossimo, per la seconda cerimonia di insediamento di Uribe. Probabilmente sta svolgendo funzioni di mediatore riguardo alla sentenza della Corte Costituzionale ed al modo in cui il Governo sta cercando di disinnescarne gli effetti meno graditi ai Paramilitari.

Forse Maurizio, di Blog Americalatina, ne sa qualcosa di più...



giovedì 3 agosto 2006

Sabas Pretelt de la Vega - biografia ufficiale

Pretelt potrebbe presto diventare ambasciatore colombiano in Italia.

Dal sito della Presidenza, abbiamo tratto la biografia dell'attuale ministro degli Interni. La versione originale - in spagnolo - è consultabile sul sito. Qui di seguito, la traduzione in Italiano.


Il Ministro degli Interni e della Giustizia è Sabas Pretelt de la Vega, nominato dal presidente Álvaro Uribe Vélez i l 6 novembre del 2003.

Sabas Pretelt de la Vega è nato l'11 aprile del 1946 a Cartagena, ma è cresciuto a Cali y fino al suo primo giorno come ministro è stato presidente della Federazione Nazionale dei Commercianti, FENALCO.

Pretelt de la Vega si è diplomato al Liceo Cervantes di Bogotà, ed è Umanista della Università de los Andes ed Economista della Università del Valle. Ha un master in Business Administration ed Aministrazione Industriale presso la stessa Università.

Il Ministro è stato professore universitario presso l'Università Social Católica de La Salle e l'Universitá del Valle ed ha fondato la facoltà di Economia dell'Università di San Buenaventura; è autore di varie pubblicazioni.

La sua carriera professionale lo ha portato ad essere assistente della Presidenza e Segretario Generale della Corporación Financiera del Valle, presidente di varie aziende e della FES. Ha anche fatto parte di vari consigli d'amministrazione nel settore pubblico e privato, tra i quali quelli del Banco Popular e del Banco de la República.

Ha ricevuto varie onorificenze.

L'unico incarico pubblico lo ha occupato 23 ani fa, quando è stato direttore generale dell'ISS (Instituto del Seguro Social), durante il Governo del presidente Julio César Turbay Ayala. Inoltre, ha rappresentato il settore privato nei recenti negoziati di pace.

(Traduzione di Paolo Miscia)

Nano o gigante?

41 milioni di abitanti, più tre milioni all'estero, il secondo paese ispano al mondo (dopo il Messico e prima della Spagna), una superficie tre volte l'Italia, lo sbocco sui due oceani, la seconda biodiversità dopo il Brasile... di argomenti per essere considerato un "grande paese" la Colombia ne ha da vendere.

A volte - però - offre degli scorci da "nano sociale ed economico".

Un esempio. Portafolio del 31 Luglio riporta in un articolo le preoccupazioni di Cecilia Duque, direttore di Artesanias de Colombia: l'aumento della domanda estera sta facendo scarseggiare le materie prime con cui si produce l'artigianato locale.

La domanda sarebbe aumentata da 11,000 Euro nel 2004 a 23,000 nel 2005.

Ventitremila euro in un anno: l'artigianato locale ha esportato meno di duemila euro al mese. Un intero paese è riuscito a piazzare all'estero meno di quattro milioni di vecchie lire (uno stipendio di classe media, in Italia) ogni 22 giorni lavorativi. Cento Euro al giorno...



Dibattito... á la colombiana

Siamo in molti a lamentare l'assenza di dibattito nella politica colombiana: poche voci, pochi mezzi di comunicazione, assenza di una cultura della "discussione previa" alle decisioni.

Nonostante tutto, alcuni dibattiti esistono. Eccone un esempio.


Voce 1 - Eduardo Alvarado, viceministro della Salute
"Sono finiti i soldi! Il Seguro Social (INPS + salute pubblica, qui chiamato ISS) spende il137% di quel che guadagna, per cui mancano 400 miliardi di pesos (circa 120 milioni di euro) per continuare ad operare nel 2006"

Voce 2 - i "media"
"Ah! Incredibile! Sono finiti i soldi! Ma come!? Quando?! Mancano 400 Miliardi! Ah!" - (S'ode l'inconfondibile e lacerante stracciamento di vesti).

Voce 3 - Il Presidente della Repubblica
(Diretto al ministro della Salute ed al Direttore dell'ISS): "Che succede?! Come??? Non ci sono i soldi? Dovete trovare assolutamente una soluzione affinchè i colombiani cpossano continuare a godere dei servizi dell'ISS! Al lavoro, al lavoro, al lavoro!"

Voce 4 - Il ministro della Salute (poche ore dopo)
"Guarda caso, signor Presidente, avevo proprio qui nel cassetto un piano per la divisione dell'ISS in tre società - magari private - che ne dice?"

Voce 5 - i "media" (di nuovo)
"Evviva! Il Governo ha deciso! Ecco la sioluzione al gravissimo problema del quale nessuno di noi sapeva nulla ieri ma che oggi è su tutte le prime pagine: tre societá diverse! Geniale!

Voce 6 - Il direttore dell'ISS
"Uno dei grandi problemi é il costo del lavoro: troppo alto!"

Voce 7 - (timido) Saúl Peña, segretario del sindacato dei lavoratori
"Per evitare lo scioglimento dell'ISS siamo disposti a rivedere i contratti, ok?"

Voce 8 - Il Ministro della Salute, Diego Palacio
"Non si può escludere che saremo costretti a sciogliere l'ISS".


Fine del dibattito, almeno per ora. Da attendersi nuovi interventi del coro (pardon: dei "media"), pronti a glorificare la necessità assoluta di scioglere l'ISS (o almeno privatizzarlo, o almeno gestirlo con criteri privati, o almeno - ah! ecco... - rinegoziare il contratto collettivo).

Risultati di questa modalità di discussione:

- Il Presidente ne esce benissimo, perchè è quello che sveglia i suoi ministri e li costringe all'azione;
- Il Ministro ne esce bene: nonostante lo debbano strigliare per farlo lavorare, in poche ore aveva già pronto un piano;
- I Media ne escono bene, perchè paralano di questo tema importante. Naturalmente, nessuno li accuserà di non aver indagato prima sulla situazione dell'ISS - questo tipo di giornalismo non fa parte delle aspettative dei colombiani;
- Il Sindacato viene mostrato a testa china, ed alla fine ne uscirà male: sarà additato come guastafeste e fuori dalla realtá con il seguente argomento: "vi siette opposti alla privatizzione, e l'abbiamo scartata; vi siete opposti alla gestione privata, e l'abbiamo scartata; ora però non poetet opporvi pure alla riduzione degli stipendi del 30%... su qualcosa dovrete pure essere d'accordo!!";
- L'unico che esce male da questa storia é la Voce 1, il vice Ministro: a nessuno piace ricevere cattive notizie, specie da chi è responsabile che le cose vadano bene. Qualcuno paga, quindi?

Macchè: il signor Alvarado - prima di dare al paese questa "brutta notizia" - aveva già deciso di dimettersi per candidarsi a sindaco di Pasto (notizia che lui stessio ha confermato lo stesso giorno dell'annuncio relativo all'ISS).

Et voilá, il dibattito è servito.



mercoledì 2 agosto 2006

Bogotalia compie 200 post



E per festeggiare, una foto della più bella città colombiana: Cartagena de Indias.

¡Sciopero!


La USO - Unión Sindical Obrera - annuncia lo sciopero. È il più grande sindacato del Paese, ma conta solo 3,000 iscritti: riuscirà a fermare la privatizzazione di Ecopetrol?

Domani - Giovedì 3 Agosto - gli iscritti alla USO si fermeranno per 24 ore. Non accettano che il Governo si rimangi così spudoratamente la promessa di mantenere Ecopetrol statale. "Difenderemo l'azienda dalla privatizzazione" afferma Jorge Gamboa - presidente dell'USO - ed approfittta per accusare Ecopetrol (e quindi il Governo) di impedire il regolare svolgimento delle attivitá sindacali: "non rispettano le convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro".

Che impatto potrà avere questo sciopero sulla decisione di vendere il 20% della gallina dalle uova d'oro? Misuriamolo col metro dei mezzi di comunicazione di massa, ed otterremo poche righe sui giornali e qualche secondo in TV; basti pensare che per far sapere ai colombiani come la pensano, i dirigenti dell'Unión Sindical hanno dovuto comprare una pagina su El Tiempo...




Famo a capisse




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martedì 1 agosto 2006

La parabola de Pablo - Recensione


Pablo Escobar ed il suo Cartello di Medellin: due miti come il Corsaro Nero ed i pirati, Re Artù ed i cavalieri della tavola rotonda. Con la differenza che lui era di carne ed ossa, come le migliaia di persone uccise - più o meno direttamente - dalla sua organizzazione.

Chi era Pablo Escobar? Come ha fatto a diventare deputato della repubblica colombiana? Perchè ha insanguinato il paese col suo narcoterrorismo? Come lo vedono gli indigenti a cui regalò la casa? Ed i colombiani in generale? Risponde Alonso Salazar in una biografia asciutta e rivelatrice, densa di fatti, aneddoti e considerazioni che rivelano l'essenza e le radici del Capo dei Capi.

"Qui giace Pablo Escobar Gaviria, un Re senza corona". Comincia così "La parabola de Pablo": dalla fine, dal romanzato epitaffio inciso sulla sua lapide a Montesacro, il cimitero di Medellin. Ucciso dalla Polizia colombiana il 2 dicembre del 1993, giorno del suo 44º compleanno, lascia dietro di sè una scia di morte ed un business - il traffico di cocaina - del quale è stato l'artista e resta il simbolo.

Timido con le donne, discreto nel vestire; geniale ed umile nell'organizzazione; sanguinario, violento e terrorista, ma ingenuo in politica e tenero coi due figli. Salazar non si lascia facilmente attrarre dal "lato umano" e lo dipinge per quello che era: un grande criminale. E la sua pennellata sottile è sostenuta da un lavoro di ricerca che s'intuisce lungo, curioso ed appassionato.

La storia di Pablo Escobar aiuta a capire la Colombia: la difficoltà di farsi strada "por derecha" (nell'ambito della legge, s'intende), le elite che schifano i banditi ma ci fanno succosi affari, lo Stato che si allea con chicchessia - paramilitari, cartelli, delinquenza comune - pur di risolvere l'emergenza del momento, la solitudine degli sconfitti e la pletora di consiglieri che s'affolla attorno al "caudillo", la disperazione dei desechables e l'attrazione irresistibile del denaro
"facile"... le stesse forze che sono in campo oggi, solo tredici anni dopo quel 2 di Dicembre.


___________________
La Parabola de Pablo
Auge y caìda de un gran capo del narcotràfico
di Alonso Salazar J.
Edizioni: Planeta
Prima edizione: 2001
Questa edizione Booklet: 2004




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Prove tecniche di sovversione


Mancano sette giorni al sette agosto, e le FARC fanno le prove generali.

Alle 9 e cinque del mattino, a Bogotà, un'autobomba é esplosa al passaggio di mezzi di trasporto dell'Esercito uccidendo un passante e ferendo 18 militari. La foto qui a destra é di David Osorio e di El Tiempo.

Secondo le autorità, l'esplosivo (tra 12 e 20 chilogrammi) sarebbe stato detonato via cellulare. L'unica vittima fatale é un muratore disoccupato che cercava di guadagnarsi qualche peso facendo il reciclador; era in zona perchè proprio a due passi dalla Mazda 626 che poi sarebbe esplosa si trovava il ciclista che avrebbe messo a posto il triciclo che usava per trasportare cartone, ferro e vetro.

Erano mesi che la Capitale era relativamente tranquilla, da quel 6 Aprile in cui piccole bombe incendiarie esplosero su due autobus del sistema Transmilenio. Anche se coi parametri colombiani la bomba di ieri era minuscola, la preoccupazione è enorme: sabato prossimo cominceranno ad arrivare a Bogotà presidenti, ministri e dignitari stranieri, invitati per l'inizio del secondo mandato di Uribe, ed il governo colombiano vuole evitare ad ogni costo la debacle del 2002, quando le FARC lanciarono decine di piccoli missili contro il Palazzo Presidenziale dimostrando la fragilità del sistema di sicurezza della città.

Ma se allora l'attacco fu grave, sarebbe tragico se si ripetesse la settimana prossima - soprattutto politicamente, visto che Uribe ha passato gli ultimi 4 anni a ripetere che la Colombia è più sicura...

La cronaca dei fatti su El Colombiano; ed una curiosa notizia su Caracol: il titolo è "catturata guerrigliera implicata con l'autobomba di Bogotà" e dal testo si apprende che è stata arrestata il giorno prima.