domenica 26 novembre 2006

Fare politica con l'inchiostro

Il Paese è scosso dallo scandalo della "parapolitica": senatori e deputati arrestati, nervosismo tra le grandi famiglie politiche (in particolare della Costa atlantica), varie menzogne che sembrano sul punto di crollare miseramente e rivelare le immonde verità che non possono più essere nascoste. Il presidente Uribe non sa più che pesci prendere - tutti gli accusati di accordi e vicinanza coi Paramilitari sono di partiti della coalizione di governo - e fa compassione quando dice cose del tipo: "la verità sui paramilitari, ma anche sulla guerriglia" (?).

Nessuno osa affermare esplicitamente che i Paramilitari sono stati strumento e non nemico dell'elite al potere - ragion per cui non è corretto parlare di processo di pace con loro, ne è sorprendente che decine di rappresentanti (nazionali e locali) siano stati eletti coi loro voti.

In tutto questo, la stampa fa la sua parte. Questa é la copertina dell'edizione internet de El Espectador - foglio settimanale al quale resta affidato il compito di far da contraltare al monopolico El Tiempo (seppur solamente il sabato):
- in primo piano, un terremoto a Nariño che non ha fatto neppure danni gravi (men che meno alle persone) ;
- l'intervista al procurador general de la Nación Edgardo Maya Villazón (vicino al clan Araujo, uno di quelli che tremano), della quale si riprende la frase "non bisogna politicizzare questo processo". Ah no?
- di un'altro alto magistrato si riprende una citazione: "non faremo una caccia alle streghe". Bene, che bello.

L'impegno a smorzare i toni è evidente. E triste. Buona domenica.



sabato 25 novembre 2006

Sì, ma quanti siamo?


Secondo il rapporto "Migrantes italiani nel mondo" (da un'elaborazione su dati dell'AIRE) in Colombia siamo 7.959.

I campani sono i meglio rappresentati (con 1.283 presenze), seguiti dai calabresi (964) , lombardi (886), piemontesi e toscani.

Il paese più vicino in quantità di ospiti italiani è... San Marino (!), dove se ne contano 8.067.



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giovedì 23 novembre 2006

Silenzio, s'arresta

Una decina di giorni fa, nei Caraibi colombiani, viene arrestato Fredy Muñoz Altamiranda, giornalista di TeleSUR. La notizia è ghiotta per almeno tre ragioni:
1) TeleSUR è il canale voluto da Chavez per contrarrestare il monopolio statunitense sull'informazione;
2) Chavez è il vicino rosso della Colombia azzurra (o nera, che dir si voglia);
3) L'arresto è stato eseguito dal DAS, la polizia speciale colombiana al centro delle polemiche per le recenti indagini sul suo ex Direttore (nonché ex console di Colombia a Milano) Jorge Noguera, accusato di vicinanza eccessiva coi paramilitari.
Nonostante questi tre grandi ganci (e senza neppure menzionare la gravità dell'arresto di un giornalista e della sua accusa di far parte delle FARC), i giornali italiani bucano la notizia.

Se ne dispiacciono tre blogger attenti all'America Latina (Annalisa, Elio ed Antonio) e mettono per iscritto il loro disappunto in una lettera al direttore di Repubblica.



Prossimamente su Bogotalia



Un italiano fa qualcosa d'italiano. Prossimamente su queste pagine.


martedì 21 novembre 2006

Testimonianza da Contromafie

La blogger Annalisa Melandri è stata a Contromafie (manifestazione del fine settimana scorso, segnalata tardivamente da Bogotalia) ed ha seguito l'intervento di Guido Piccoli - noto esperto di Colombia.

Potete leggere le sue impressioni qui.



lunedì 20 novembre 2006

El colombian dream - recensione

Un bel film: creativo, avvincente, onirico e - quasi fosse la somma di quanto sopra - molto colombiano.

Il regista e sceneggiatore Felipe Aljure (a destra nella foto) ci ha lavorato per 4 anni e finalmente - 12 anni dopo il suo esordio con "La gente de la Universal" - è riuscito a mandare in sala il suo secondo film. Non si è fatto scoraggiare dalla mancanza di denaro, dalle difficoltà tecniche, dal management conservatore delle sale, dal bigottismo dei media - e per fortuna: "El colombian dream"è cinema, cinema puro, arte.

La storia é colombiana ed universale al tempo: le vite di due gemelli diciottenni - innamorati della stessa ragazza - s'intrecciano con quelle di due narcotrafficanti - anch'essi ai vertici di un triangolo amoroso; un maledetto carico di 100,000 pasticche scatena tradimenti, sequestri, stupri, pestaggi e morte, e l'onda di violenza selvaggia punta il dito sul responsabile - il denaro facile. La trama si sviluppa a ritmo crescente, e l'ultima mezz'ora riserva sorprese e colpi di scena i cui prodromi sono ben costruiti (e celati) negli sviluppi precedenti; ed il tema del narcotraffico è trattato senza didascalismi ed inutili spiegazioni: basta mostrare le motivazioni e la vita di queste persone per farne cogliere l'intima tragedia.

"El colombian dream" spicca anche per regia ed approcci visuale. Il taglio del film - che a tratti ricorda Pulp Fiction, col suo approccio "libero" alla cronologia - propone stimoli continui: colori saturi, animazioni che sottolineano, molta steady cam e molto grandangolo, primi piani sparati ed effetti speciali sono tutti elementi che rendono onirica (ed a tratti difficile da digerire) la proposta visiva del film.

In tutto questo carnevale di situazioni, colori e musica agli attori tocca il compito non semplice di essere credibili e non (troppo) caricaturali. Ci riescono tutti, senza eccezioni, ed anche Ana Maria Orozco (celebre in tutta l'America per il suo personaggio televisivo di Betty la Fea) compone un personaggio drammatico, spiritoso e senza divismi. A proposito di attori: nel film c'è anche un italiano, Salvatore Motta, che da qualche anno vive ed insegna teatro in Colombia.

Speriamo che "El colombian dream" esca dal paese ed arrivi in Europa e negli Stati Uniti: diventerà (e naturalmente per me lo è già) un classico.



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domenica 19 novembre 2006

Francesco

Francesco lo incontro al Penelope, un locale "in" di Bogotà di quelli in cui l'ingresso ed il "trago" (l'alcool, ovvero almeno mezza bottiglia di whisky, secondo gli standard locali) costano mezzo salario minimo (mensile).

Lui è fiorentino; quindici ore prima stava suonando a Reggio Emilia ed oggi è qui, a "far girare i piatti" per un centinaio di cachacos. "E riparti stasera stessa?", domando incredulo. "No, no: mi fermo fino a martedì, chè mercoledí sono a Lucca e giovedì a Palermo" (Palermo capoluogo siciliano, e non Palermo quartiere di Buenos Aires - devo specificare).

Questa conversazione l'abbiamo all'ultimo piano. Il Penelope é una discoteca che - come la Divina Commedia - offre una rappresentazione grafica della società: è divisa in più piani; all'inizio ed alla fine di ogni rampa di scale c'è un buttafuori che controlla il movimento; in cima c'è il VIP (da tutti pronunciato "vi-ai-pì", all'americana, e non "vip" come da noi), in fondo i bagni ed il guardaroba. L'ingresso è poco sopra i bagni, l'uscita d'emergenza poco sotto il Vi-ai-pì: quasi una fotografia della realtà sociale del paese.

In mezzo al beat ipnotico del collega locale, domando a Francesco: "Che musica fai?".
"Un po' più elettronica di questa, ma più o meno...". Inizia la sua session alle 2 de mattino, orario insolito per Bogotà ma momento in qui questo locale - praticamente un after hours - è al massimo dell'entusiasmo. I gruppetti si scatenano, con le mani al cielo, serrati attorno al loro centro di gravità - la bottiglia di whisky circondata di bicchieri col ghiaccio.



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sabato 18 novembre 2006

In corso a Roma


Ancora per un paio d'ore, a Corso d'Italia 25, si parlerà di molti problemi globali il cui epicentro si trova in Colombia o non molto lontano: traffico di sostanze stupefacenti, tratta di umani, moderne forme di schiavitù, il silenzio dei mass media sulle mafie, le vittime di queste ultime ed il loro riconoscimento.

È sorpredente come un convegno italiano come " Contromafie - Stati Generali dell'Antimafia" possa sottolineare così efficacemente le vicinanze sottopelle di due mondi all'apparenza tanto lontani come Italia e Colombia.

Parteciperà anche Guido Piccoli, che ringrazio per la segnalazione.



venerdì 10 novembre 2006

Una storia colombiana


Il 26 di Ottobre scorso, a Buenaventura - l'unico porto sul pacifico colombiano.

Il presidente Uribe tiene uno dei suoi "consigli di sicurezza": le massime autorità civili, militari e politiche della zona sono riunite per consentirgli di far sfoggio di decisionismo di fronte alle telecamere.
Esaurite le formalità, Uribe si dirige al "secretario de gobierno" Adolfo Chipantiza (una sorta di prefetto, seduto in seconda fila) e gli dice: "Lei é indegno di servire il Paese perchè ha le mani in pasta col narcotraffico" (per le parole esatte, ascoltate questo file audio). Di seguito, chiama un colonnello della Marina (il testimone) affinchè spieghi qual'à la colpa del Chipantiza - avrebbe chiesto di lasciare liberi dei tratti di costa per facilitare i trafficanti.

Nel silenzio generale Uribe chiede ai rappresentanti del potere giudiziario di farsi avanti, per arrestarlo. Avendo lui organizzato la riunione deve sapere che non ce ne sono, per cui chiede alla sua scorta di condurre l'Adolfo di fronte ad un giudice. Gli agenti del DAS (la polizia segreta o con incarichi speciali) scattano, l'"imputato" non reagisce e la riunione continua.

Le reazioni dei media e degli analisti sono le più varie: il canale televisivo RCN (come segnala Victor Solano nel suo blog) neppure menziona il fatto che il codice penale preveda dei requisiti per l'arresto di una persona, e loda il mandatario. Daniel Coronell di Semana si spinge fino ad affermare che l'atto del presidente "potrebbe essere oggetto di una polemica" ma poi intitola la sua pagina "Sí, pero..." e giustifica la sua decisione.

Ah, il finale: due ore dopo l'arresto, Adolfo Chipantiza è stato liberato perchè non esisteva alcuna denuncia contro di lui. Un cavillo, diranno molti.



giovedì 9 novembre 2006

L'ONIC a Roma con De Marzo e Minà

Questa sera alle sei del pomeriggio al Teatro Vittoria di Roma (P.zza S.Maria Liberatrice, 10) una delegazione della ONIC (Organizzazione Nazionale degli Indigeni Colombiani) parteciperà al dibattito "Colombia, un paese in guerra. La resistenza dei popoli indigeni". Coordina Gianni Minà e partecipa Giuseppe De Marzo, portavoce dell'Associazione A Sud.

Minà e De Marzo (ma direi soprattutto quest'ultimo, a destra nella foto) ci capiscono di Colombia: se v'interessa la situazione del paese potrebbe valere la pena fare un salto. De Marzo ha partecipato alla carovana internazionale che qualche settimana fa ha verificato le condizioni degli indigeni nel conflitto - e che ora inizia il suo "roadshow" europeo di diffusione.