giovedì 28 dicembre 2006

Sostiene Pécaut - I

"È proprio della Colombia che tutte le parti sociali si proiettino sempre, in qualche misura, su di un orizzonte di prove di forza"

Dall'introduzione di "Crónica de cuatro décadas de política colombiana", di Daniel Pécaut, Grupo Editorial Norma, 2006 - pag. 26.

sabato 16 dicembre 2006

Come vanno le cose

Vi consiglio di leggere questo articolo su The Guardian. Io l'ho scoperto grazie a CIP Online, eccezionale blog nordamericano dedicato alla Colombia.

La storia è esemplare: un giovanissimo imprenditore (30 anni) - già attivo in politica col partito conservatore - viene eletto CEO di un azienda agricola e si dedica alla coltivazione della banana.
Firma un contratto con la Del Monte ed inizia a fornirle decine di tonnellate settimanali.

Ora viene fuori (sorpresa) che le terre sono state sottratte ai contadini locali (ma non da lui! Dai paramilitari), e che Del Monte "ha contratti con molti coltivatori" e che il giovane imprenditore non sapeva neppure cosa fossero - i paramilitari - e che lui si dedica solo "a fare soldi".

Buona lettura.


giovedì 14 dicembre 2006

Grane in casa Pretelt


La figlia dell'ambasciatore colombiano in Italia, Sabas Pretelt de la Vega, è nei guai: il "premio" che ha ricevuto in funzione del suo cognome - una nomina al consolato di Londra - potrebbe trasformarsi in una grossa grana. Un caso di nepotismo mal gestito.

Circa 5 anni fa, alla fine del Governo Pastrana, Vanessa Pretelt (a destra nella foto da El Tiempo) è nominata ad una carica di livello presso il Consolato a Londra. All'epoca il papà della Pretelt non era ancora nè ambasciatore in ItaliaMinistro degli Interni (entrambi incarichi assegnatigli da Uribe) ma come grand commis aveva già abbastanza titoli da aspirare ad un piazzamento per la figlia.
Secondo la legge colombiana, una delle modalità di carriera diplomatica è quella della "nomina diretta", strumento che tutti i Presidenti usano per pagare debiti politici - o per sottrarre funzionari delicati alle vendette dei nemici locali.

La stessa legge - però - prevede che al termine di ogni ciclo di 4 anni all'estero i diplomatici debbano rientrare a Bogotà per due o tre anni, a svolgere funzioni presso il Ministero. Qualcosa di simile accade alla Farnesina, dove però il ciclo all'estero è di circa 8 anni (in Colombia - e sono sicuro di non sbagliarmi - gli anni sono solo quattro per instaurare uno spoil system informale chje consente ad ogni nuovo Capo del Governo di elargire ricompense infelucate).

Questo articolo crea un problema ad Uribe, che proprio non se la sente di "punire" con un triennio a Bogotà la figlia del suo "uomo agli Interni". Siccome però lui è Il Capo, decide di fregarsene e nomina di nuovo la Pretelt ad un incarico nella stessa città (e già che c'è, rinnova l'incarico pure a Adrianne Foglia, ex moglie dell'ex ambasciatore a Washington Luis Alberto Moreno).

Fin qui, ordinaria amministrazione: che la legge non sia vincolante in Colombia è risaputo - tanto più se si tratta del Presidente. Il guaio è che - per salvare almeno le apparenze - Uribe manda alla Pretelt un assegnino di 8,000 sterline (quasi 12,000 euro) perchè insceni un ritorno a Bogotà, e la ex (e futura) console non lo spende per rientrare ma - azzardo - per reiterati giri sulla ruota gigante. La cosa si viene a sapere (ne scrive anche Daniel Samper Pizano, noto opinionista, ripreso addirittura dall'associazione dei diplomatici) ed il Ministro degli Esteri prende le distanze.

Ad oggi, secondo l'Independent, la Pretelt è sparita: "she declined to reveal her exact whereabouts". Degna conclusione per una storia così.

mercoledì 13 dicembre 2006

Intervista col Giudice Gratteri

La W ha intervistato il giudice Nicola Gratteri, che si è occupato delle indagini sul caso Mancuso - Sale - 'Ndrangheta.

L'intervista (in italiano) la trovate qui.

Merita l'ascolto integrale, specie per chi è interessato ai meccanismi del narcotraffico internazionale. Segnalo una chicca: l'intervistatore - che ha in mente il "processo di pace" con le AUC - domanda al giudice quali siano gli altri paramiliatri coinvolti, ed il Gratteri risponde: "Noi li conosciamo come narcotrafficanti, non sappiamo se siano anche terroristi".

L'indagine è passata per competenza a Roma; tra 15 o 20 giorni si dovrebbero conoscere i nomi degli altri 39 imputati colombiani.



Mancuso e la 'Ndrangheta - da La Stampa

Riporto testuale da La Stampa del 6 Dicembre scorso e da El Tiempo di oggi.



I NUOVI MERCATI DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
Droga, le mani della ’ndrangheta sulla Colombia
REGGIO CALABRIA

L’Italia è pronta a chiedere l'estradizione di Salvatore Mancuso: signore della guerra, signore della coca, il più potente narcotrafficante della Colombia. Quattro anni fa l'hanno già chiesta gli Stati Uniti. Niente da fare: è rimasto dov'è. «Mancuso è un problema internazionale - dice Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione Antimafia - ed è necessaria una convergenza internazionale per arrestarlo». Quarantadue anni, di origini italiane, Mancuso resta il capo indiscusso dell'Auc, l'Autodefensas Unidas de Colombia, il più forte gruppo paramilitare di estrema destra al quale sono attribuiti migliaia di omicidi. E' indagato nell'inchiesta «Galloway Tiburon», condotta dalla Dda di Reggio Calabria, su un traffico di stupefacenti tra Europa e Sud America. La stessa che in questi giorni ha coinvolto Massimo Cragnotti, figlio di Sergio, ex patron della Lazio.

Le intercettazioni

Mancuso è stato tradito dalle conversazioni telefoniche con un imprenditore romano, Giorgio Sale, 63 anni, anch'egli arrestato. Il prossimo passo sarà la richiesta d'estradizione. E per evitarla, Mancuso, potrebbe esercitare in Colombia ritorsioni devastanti: «Comanda 5 mila uomini, controlla 15 regioni, dispone di elicotteri da guerra», dice uno degli investigatori. «Attraverso il controllo esercitato dall'Auc sulle piantagioni, incassa percentuali sulla vendita della coca, è legato alla 'ndrangheta, anche se non affiliato, e può esercitare una grande influenza sulla politica della Colombia». Il made in Italy, in Colombia, è una potenza: Giorgio Sale, pressoché sconosciuto in Italia, in Colombia è un pezzo da novanta. Proprietario di una catena di ristoranti e negozi, nella sua caduta ha trascinato persino il presidente del Consiglio superiore della magistratura colombiana, José Alfredo Escobar. Accusato dall’opinione pubblica, d'essere legato alla mafia italiana.

Sangue e coca

Un video incastra il giudice: Giorgio Sale lo abbraccia nei corridoi dell'aeroporto di Bogotà. E poi alcune intercettazioni, pubblicate dal settimanale Semana, nelle quali il giudice parla con tale Obrando, collaboratore di Sale. «Ti chiamo - dice Obrando al giudice - per un problema che riguarda una persona molto legata a Giorgio. Il giudice Martha Marin Mora ha la pratica. Basta dirle di guardarla con attenzione. Niente di più». Escobar, al telefono, assicura che la sua segretaria farà da tramite con i giudici in questione. Grazie all'amicizia con Mancuso Sale poteva comprare cocaina a soli 1.800 dollari il chilogrammo. Prezzo alla fonte, ottenuto nelle fattorie che producono coca nella giungla colombiana. «Luoghi - continuano gli investigatori - dove i paramilitari dettano legge con violenza. Per incrementare la produzione obbligano i contadini a lavorare di più, oppure li cacciano, ammazzando i figli dinanzi ai genitori. Ad alcuni cavano gli occhi con un cucchiaio». Sale abitava a ridosso della settima Strada: il cuore del potere colombiano. All'inizio riciclava soldi per la cosca dei Pannunzi. Poi, con i suoi figli, decise di mettersi in proprio. In pochi anni sono diventati potentissimi. Pare che Giorgio Sale abbia escogitato un piano - mai realizzato - per trasferire Mancuso in Italia: in cambio gli avrebbe fatto da faccendiere in Colombia. Sale non risulta affiliato ad alcuna cosca: probabilmente la 'ndragheta, in virtù dell'amicizia con Mancuso, deve aver tollerato il suo business. L'unico contatto con la mafia calabrese, secondo gli investigatori, sarebbe Domenico Trimboli, residente in Colombia e presentatogli dal figlio Cristian che, a sua volta, l'avrebbe conosciuto grazie a un ex della banda della Magliana. Per il resto era un intermediario puro tra produttori e rivenditori. «Sale non toccava mai la droga e non scuciva un centesimo - concludono gli investigatori - il suo guadagno era in merce. Chi comprava gli lasciava una parte in un deposito europeo. Lui la rivendeva a un altro trafficante: si faceva pagare, indicava il deposito, e il trafficante andava a prendersela».

Copyright ©2006 La Stampa


Italia pedirá en extradición al jefe desmovilizado de las autodefensas, Salvatore Mancuso

Clic para ampliar
Salvatore Mancuso, ya había sido pedido en extradición por E.U.

La confirmación la hizo el Juez del Tribunal de Calabria, Nicola Gratelli, quien dijo que están trabajando la oficialización de la petición.

Sin embargo, lo más probable es que el Gobierno colombiano suspenda tal solicitud de extradición, igual que lo hizo con la de E.U., siempre y cuando Mancuso cumpla los compromisos del proceso de paz con las Auc.

Mancuso, de origen italiano es conocido por las autoridades antimafia de Italia como el "Señor de la droga".

El Vicepresidente de la Comisión Antimafia de Italia, Giuseppe Lumia, le dijo al diario La Stampa que el ex jefe 'para' es un problema internacional y que por lo tanto es importante una acción conjunta entre las dos naciones para ponerlo a órdenes de las autoridades competentes.

El nexo de Mancuso con la mafia italiana se reveló tras un operativo internacional en el que fue capturado Giorgio Sale, con quien tendría estrecha relación.

Gratelli, quien condujo la investigación, aseguró que, para Italia, Mancuso no es un jefe 'para' desmovilizado, sino un narcotraficante asociado con la mafia calabresa y específicamente con Sale y algunos miembros de su familia quienes se encuentran detenidos en una cárcel romana.

ANGEL VILLARINO PARA EL TIEMPO DESDE ROMA



lunedì 11 dicembre 2006

Dente

Il caso di Simone Fatiga continua a far parlare (poco, per fortuna).

La moglie del presunto picchiato - foto alla mano - ha cercato di convincere i giudici (e l'opinione pubblica) che è stato l'italiano a picchiarla (e non viceversa) ed a mancarle di rispetto (invitando l'amante a casa e sputando alla legittima consorte).

Mah.

Ne parla Caracol Radio.


domenica 10 dicembre 2006

sabato 9 dicembre 2006

Occhio

L'italiano Simone Fatiga ha convocato una conferenza stampa per denunciare ai media colombiani ed internazionali che la moglie colombiana lo ha sfregiato e minacciato di morte. "Le cicatrici non se ne andranno, ma quello che mi fa più paura sono le sue minacce di farmi ammazzare dai suoi amici", dice il Fatiga, chiedendo protezione al Governo locale ed all'Ambasciata Italiana.

Sarebbe un episodio minore, se:
1) la moglie non fosse Lía Araújo;
2) Lía Araújo non fosse sorella di María Consuelo Araújo;
3) María Consuelo Araújo non fosse il ministro degli esteri colombiano e sorella del Senatore Álvaro Araújo, accusato ed attualmente indagato per legami coi paramilitari.

Povero Simone: in che guaio si è andato a ficcare!

Ringrazio Loupsos per la segnalazione; rimando all'articoletto sul Corriere (dove non accennano alle miancce di morte per mano di amici: chissà perché); e segnalo l'edizione del 6 dicembre dell'Heraldo di Barranquilla per la notizia locale.



giovedì 7 dicembre 2006

Giustizia o Pace?

Il trasferimento dei capi paramilitari da La Ceja a Itagüí ha portato alla crisi del cosiddetto "processo di pace" , mostrandone tutte le contraddizioni.

Meno di una settimana fa, il Presidente Uribe ha deciso di trasferire decine di boss delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia, la massima associazione dei paramilitari) a un carcere di massima sicurezza, quello di Itagüí. Decisione di grande impatto, specie se si considera che fino a quel giorno i boss erano "riuniti" in un centro vacanze a La Ceja, dove ricevevano decine di visite al giorno, consumavano tutto il whisky disponibile in paese e gestivano liberamente traffici e guerre intestine.

La reazione delle AUC è stata immediata: prima uno sciopero della fame, interrotto solo con l'arrivo al supercarcere del Commissario di Pace Restrepo; poi un'accesa riunione di 3 ore (in cui pare che al Restrepo lo abbiano lasciato parlare non più di 5 minuti) e finalmente la dichiarazione di "Ernesto Baez": "il processo di pace è finito", accompagnata da dichiarazioni anonime del tipo: "non sappiamo come reagiranno alla notizia i 30,000 smobilizzati del paese: speriamo che non ci sia un bagno di sangue nel paese".

Se il senso comune suggerisce che il posto di un assassino sia dietro le sbarre, rimangono però diversi dubbi sulle motivazioni di Uribe: perchè ha preso una decisione così contraria allo spirito delle conversazioni coi para? La "reclusione" a La Ceja faceva parte di articolati accordi, senza contare che diversi dei capi "reclusi" non sono neppure formalmente imputati dalla giustizia.

Sui media colombiani si fanno diverse ipotesi:

1) che Uribe abbia voluto distrarre l'opinione pubblica per coprire lo scandalo della para-politica e le sue ramificazioni (abbondanti) all'interno della sua coalizione e del suo governo. A me pare improbabile, visto che i para delusi, incarcerati e minacciati d'estradizione avranno meno remore a raccontare ciò che sanno sui loro legami con la società colombiana;

2) che fossero giunte voci di un piano di fuga; questa è la versione ufficiale, diffusa dallo stesso Uribe in un'intervista a la radio "La W", alla quale a dire il vero nessuno pare credere. A Uribe i piani li avrebbe rilevati il direttore di un mezzo di comunicazione, ma in Magistratura non ne sanno nulla.

3) che il vero segnale sia rivolto agli USA, dove un congresso democratico esige posizioni più dure coi paramilitari e condizionerà gli aiuti 2007 (e la firma del TLC) a progressi sul fronte sociale e dei diritti umani; questa - a mio parere - è la più probabile delle tre, e non è un dettaglio che poco prima di rendere pubblica la sua decisione Uribe si sia incontrato con l'Ambasciatore USA William Wood - secondo l'articolo di Semana.

In poche parole: il cambio del vento a Washington non consentirebbe più ad Uribe di avere la botte piena (i soldi del Plan Colombia, il TLC, l'estensione dell'ATPDEA) e la moglie ubriaca (un finto processo di pace orientato al perdono dei paramilitari). La coperta diventa troppo corta, ed obbliga a scelte difficili.



mercoledì 6 dicembre 2006

Slim compra TV Cable

Il boss delle telecomunicazioni latino americane Carlos Slim - tra i dieci uomini più ricchi al mondo e proprietario di Telmex ed América Móvil, nella foto a destra - ha comprato tre operatori di TV via cavo in Colombia. diventando così numero uno del mercato. La vicinanza del gigante messicano si fa sentire.

Per il signor Slim, 300 milioni di dollari sono bruscolini (il suo patrimonio stimato è di 23 miliardi di dollari); in Colombia, questi soldini gli sono sufficienti per diventare leader di un mercato che potrebbe diventare lo snodo strategico delle telecomunicazioni. Il cosiddetto triple play (l'offerta di servizi di telefonia mobile, internet e TV sulla stessa rete) è infatti una concreta possibilità in America Latina, dove le classi agiate (e buona parte della classe media) sono già raggiunte da cavi fisici in grado di trasportare il servizio.

La somma di TV Cable, Superview e Cablepacífico accredita al nuovo gruppo poco più di 300mila clienti, ai quali vanno aggiunti i "pirati" (clienti non paganti collegati illegalmente) che seppur non pagano il canone mensile sono pur sempre un ottimo target pubblicitario.

Questa testa di ponte consentirà ai messicani di conoscere il mercato locale, di sperimentare e di completare lo sbarco (per rimanere in metafora militare) nei prossimi mesi o anni. Non ci sono dubbi che questo mercato di 40 milioni di persone faccia gola, e che i primi candidati a conquistarlo siano i messicani - accomunati da lingua e cultura latinoamericana e abbastanza disinvolti da non preoccuparsi oltremodo per l'ambiente politico e per la (scarsa) sicurezza del Paese - e gli spagnoli, che alla lingua comune sommano i mezzi economici e le sinergie globali. non è un caso che tra i due si spartiscano già la telefonia (mobile in mano a Slim, con Comcel e fissa a Telefonica, aggiudicatasi Telecom Colombia).

Le grandi famiglie colombiane, intanto, fruttano dalla vendita dei loro business, cresciuti nella bambagia di un paese isolato e protetti dalla politica amica. Stavolta é il turno dei Santo Domingo, ex proprietari di TV Cable, che solo un anno fa giuravano che quello della TV era un settore dal quale non sarebbero usciti. Anche questa giravolta non è una sorpresa per un gruppo che ha venduto negli ultimi mesi il business della birra (Bavaria ai sudafricani di SABMiller), una compagnia aerea (Avianca ai brasiliani) ed una catena radiofonica (Caracol Radio a Prisa, Spagna).



lunedì 4 dicembre 2006

Hic manebimus optime

Carlos Albornoz Guerrero è direttore della DNE, Dirección Nacional de Estupefacientes. Tra gli obiettivi di questa istituzione, l'appoggio al Governo "nella formulazione di politiche e programmi in materia di lotta alla produzione al traffico ed al consumo di droghe".

Suo fratello - invece - è architetto (o ingegnere? I giornali non si mettono d'accordo), ed è stato arrestato con 6 grammi di cocaina appena acquistati nel Sud di Bogotà. Sei grammi di cocaina sono tanti, più della dose personale: Iván Albornoz è accusato di narcotraffico e dopo qualche ora di galera confessa e viene portato a casa, agli arresti domiciliari.

Carlos chiama il ministro degli Interni Holguin, che a sua volta telefona al Presidente Uribe. Il messaggio torna chiaro:"Hai la nostra comprensione ed il nostro appoggio". La conferenza stampa può quindi articolarsi sui tre assi tradizionali: sono addolorato; sono sorpreso perchè non sapevo dell'attivitá/problama di mio fratello; resterò al mio posto.

Qualcosa di simile - ci ricorda Caracol Radio - accadde a María Inés Restrepo: quando era direttrice di un programma dedicato alla sostituzione delle coltivazioni illecite (il PLANTE), suo figlio fu catturato negli USA con 3 chili e mezzo di qualcosa che somigliava alla farina ma che non serviva per fare il pane (nè la pizza). Rimase al suo posto.

E neppure uno dei protagonisti della sconfitta del Cartello di Cali, il generale Oscar Naranjo, potè controllare l'attività dei fratelli: uno di loro fu arrestato in Germania - sempre per narcotraffico. Uribe disse, ed era Maggio scorso:"Il generale è un patriota che merita la fiducia del Governo".

Hic manebimus optime.



sabato 2 dicembre 2006

venerdì 1 dicembre 2006

Parcheggio


Nonostante a Bogotá circolino solamente 700,000 automobili (su 7 milioni di abitanti) il traffico ed il parcheggio sono già un problema enorme.

La conducente di questa Mazda - evidentemente disperata - ha risolto mettendo la sua auto in banca. Una soluzione d'interesse.

La foto è tratta da un fotoblog colombiano.



Tags: