venerdì 13 luglio 2007

Cronaca di un fallimento

Che siano due o quattro milioni, il dramma degli sfollati interni e la vergogna del silenzio che circonda il tema sono uno dei grandi fallimenti dello Stato Colombiano.

*** Questo post fa parte di una serie sul "Failed States Index" del 2007. Qui i post precedenti: , , , ***

Prima di tutto, facciamoci un'idea delle proporzioni. Solo negli ultimi 5 anni - secondo i dati del CODHES - quasi un milione e mezzo di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e le proprie terre, per rifugiarsi in un barrio de invasión di un capoluogo o in qualche paesino vicino (dal quale fuggire nuovamente poco dopo).

Un milione e mezzo è la popolazione delle Marche.

(Una pausa è d'obbligo per ponderare l'effetto che avrebbe lo svuotamento di un'intera regione ed il corrispodente afflusso verso le grandi città: uno scenario da apocalisse. Se prendessimo in considerazione le cifre ufficiali il totale sarebbe di 1.120.000, pressappoco pari agli abitanti del Friuli - Venezia Giulia).

Se prendiamo in considerazione l'ultima dozzina d'anni, la cifra sale a circa tre milioni (una bazzecola: alle Marche aggiungiamo il Trentino e l'Umbria). Un fallimento di proporzioni epiche, sia per il Governo Uribe che per lo Stato colombiano, che si meritano il votaccio ricevuto nell'ambito del Failed States Index del 2007 alla voce "Massive Movement of Refugees or Internally Displaced Persons creating Complex Humanitarian Emergencies": 9,5 dove il 10 rappresenta la tragedia totale (quella del Sudan, ad esempio, che con più di 5 milioni di IDP si è meritato 9,8).

Il 37% degli sfollati colombiani ha assistito alla morte violenta di un parente; tra le donne, una su tre è stata violentata; nei luoghi in cui arrivano non hanno salute, lavoro, casa, ed un bambino su tre non va a scuola. Ma la loro tragedia più grande è un'altra: sono invisibili.

Di loro non si parla: nei TG e nei giornali radio compaiono di rado, episodicamente, come "nota di colore" e mai come problema profondo ed urgente. Sui giornali non si va oltre un rituale stracciamento di vesti di tanto in tanto. E nella vita reale, la "bolla" dei desplazados è così lontana da quella dell'elite che i due mondi s'incrociano solo ai semafori dei quartieri bene della città.

Se i profughi colombiani finissero in campi, la questione sarebbe diversa. Se la Colombia potesse "fornire" al circuito dei media internazionli immagini come questa, qui a sinistra, la cosa sarebbe diversa: assisteremmo ad un risveglio delle coscienze dell'opinione pubblica e ad un concerto di pressioni ed interventi internazionali. Invece - purtroppo? - gli sfollati interni colombiani finiscono nelle periferie delle metropoli o in paesini sperduti nelle Ande o nel Chocó, dove i giornalisti vengono mandati solo se il massacro di turno supera le 50 persone.


Alcuni collegamenti:
- ACNUR/UNHCR (Agenzia ONU per i rifugiati) in Colombia;- Il rapporto della VicePresidenza sul desplazamiento;
- La pagina dell'IDMC (Internal Displacement Monitoring Center) dedicata alla Colombia;
- Refugees International.

5 commenti:

Ricardo Polo - HodracirK ha detto...

Lamentablemente no comprendo italiano pero que bien ver extranjeros escribiendo desde Bogota

Saludos
www.HodracirK.com

o-lu ha detto...

Un deslizamiento muy elocuente en este tema ha sido el desinterés o la manipulacion de unas cifras que si se debatieran entre profesionales, serian motivo de escandalo. He asistido a reuniones muy sesudas entre embajadores y asesores que se las ingenian para decir que si un desplazado lo es desde hace 10 o 5 anhos, ya no se le puede considerar como "desplazado" y que por lo tanto las cifras deben tender a la mitad o a la tercera parte de lo afirman ONG u ONUS. La otra vertiente que debe tomarse en cuenta es el hecho de que esta poblacion es representada mediaticamente como negra o afin. En una sociedad con poca inclinacion a la igualdad social o "étnica", la pildora es mas facil de tragar.

doppiafila ha detto...

*** ricardo: Hola Ricardo, gracias por la visita.
*** o-lu: muy triste y verdadero lo que dices. Un desplazado tiene el derecho de volver a su casa y a su tierra, aunque a los 5 años del desplazamiento ya se encuentre "bien" en la ciudad. Claro que este millón de familias no encontraría sus tierras desocupadas, cierto?

Anonimo ha detto...

Por el contrario, Paolo. Las situaciones de desplazamiento tienden a perenizarse. En Kenya o Palestina existen campos desde hace décadas, y son motivo de estudio y preocupacion. En Colombia estamos en qué década de desplazados en las ciudades?

o-lu

doppiafila ha detto...

¿Tercera o cuarta?