martedì 30 gennaio 2007

Il PowerPoint di Mancuso

Pochi giorni dopo la prima confessione di Mancuso, El Espectador mette a nostra disposizione la presentazione che Mancuso proiettava sul suo portatile come aide mémoire davanti al Fiscal General.

Sono 87 slide, una per azione militare, con l'indicazione dei morti (almeno di quelli già conosciuti) e delle motivazioni (più o meno dettagliate).

Qui il file PowerPoint.

domenica 28 gennaio 2007

Colombia connection

L'"Ambasciatore" d'Italia . Così titola la rivista Cambio (di proprietà della Casa Editorial El Tiempo), e per fortuna mette le virgolette: non si tratta infatti del nostro rappresentante diplomatico ma di un connazionale che ha portato - secondo Cambio, s'intende - un po' dello stivale in Colombia.

Si tratta - udite udite - di Mario Scaramella, sedicente professore, agente segreto, esperto ambientale, presidente di ONG, inviato della CIA e - unico incarico accertato - consulente della Commissione Mitrokin.

Il curriculum vitae è così confuso e difficile da verificare che in molti ancora oggi si domandano chi sia realmente. Di certo sappiamo dove si trovi: a Regina Coeli (Roma) accusato di traffico internazionale d'armi.

Qui in Colombia, lo Scaramella ha tenuto alto il nome del Paese: millantatore? Sbruffone? Ammanicato? Furbo? Ammaliatore? Disonesto? Ipocrita?

Un "Ambasciatore" d'Italia!

venerdì 26 gennaio 2007

Diretta sì, diretta no.... diretta prrr!!!!

La confessione di Mancuso - nonostante i suoi limiti - aveva aperto gli appetiti: pareva che davvero si potesse cominciare a trovare la "Verità" sul rapporto tra Paramilitari e Stato, quella con la V maiuscola fatta di nomi cognomi, cifre, conti in banca ed armi del delitto.

L'impatto sociale poi era stato enorme, al punto che varie voci si levarono chiedendo che le deposizioni fossero trasmesse per televisione. La Commissione Nazionale per la TeleVisione (una specie di Autorità di Vigilanza RAI, ma con poteri anche sulle private) approvò e si disse pronta alla diretta.
Due giorni dopo, però, i paramilitari dissero che l'idea non era di loro gusto.

La notizia di oggi è che le testimonianze potrebbero essere "tagliate" prima di essere messe in onda, per proteggere i diritti processuali degli imputati e l'intimità dei parenti delle vittime.

Peccato. Non tanto per la decisione in sè, nè per il modo in cui vi si è giunti: a dire il vero, sono d'accordo con la Fiscalia sull'inopportunità di dare spazio per decine d'ore a racconti di motoseghe, machete, decapitazioni eccetera, specie considerando che ci sarebbero decine di migliaia di parenti che potrebbero non gradire lo "show". Peccato perchè nella povertà del panorama mediatico colombiano, non ci sono abbastanza minuti in TV, alla Radio o pagine sui giornali per raccontare tutto, e scatterà un pesante filtro a ció che diranno Mancuso & Co.

Resta sperare che il responsabile del montaggio non ci vada troppo pesante.

PS: si minaccia intanto il Senatore Gustavo Petro, del Polo Democratico Alternativo, colpevole di voler estendere le indagini al Dipartimento di Antioquia.

giovedì 25 gennaio 2007

Grazie Frank

Ieri mattina mi sono fatto una grossa risata, e devo ringraziare Frank Rubino.

Si sa, ridere è soprattutto un'attività sociale: si ride per interagire, per farsi notare, per reagire ad un evento e condividere questa reazione con gli altri. Eppure ieri mi è scappata una sonora risata da solo in macchina...

Frank Rubino è l'avvocato di Noriega, uomo forte di Panama fino a che gli Stati Uniti decisero che era ora di cambiare, invasero il Paese e lo arrestarono, sottoponendolo a giudizio per narcotraffico. Noriega venne condannato ad una quarantina d'anni di galera, e non impiccato come Saddam (fatto che segna un'evoluzione nel trattamento degli ex alleati scomodi); questo gli consentì di contrattare un buon avvocato e di continuare a lottare per la propria libertà.

Il Rubino (l'avvocato di cui sopra, appunto) è stato intervistato lungamente dalla radio "La W". Era già riuscito a spiegare che Noriega usciva per questioni processuali e non perchè avesse trovato un accordo di collaborazione con la DEA quando gli arriva la domanda "giusta": "Signor Rubino, non crede che la scarcerazione di Noriega darà un messaggio negativo, ovvero che i grandi criminali possono sottrarsi alla giustizia e farla franca?".

Mi aspettavo una risposta politically correct, ma il buon Frank mi ha sorpreso e fatto ridere di cuore. "No, non credo che manderà un messaggio negativo. Il messaggio è che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto invadere Panama per arrestare il mio cliente, e non avrebbero dovuto nemmeno fargli un processo, visto che negli USA non aveva commesso alcun delitto."
Mentre io ridevo, i conduttori del programma - invece - erano perplessi (non é comune in Colombia sentire posizioni cosí "radicali" verso gli USA): "Ma lui è colpevole di narcotraffico, ed il narcotraffico è un crimine da ripudiare", insistevano.
E Frank impeccabile: "Sì, narcotraffico e riciclaggio di denaro sporco sono da condannare; ma Noriega negli Stati Uniti non c'è stato neanche in vacanza, e per la sua attività ha usato droga colombiana e banche panamensi. Gli Stati Uniti devono capire che non sono la Polizia del Pianeta e devono rispettare il diritto di essere giudicati nel Paese in cui si commettono i reati."

M'immagino quanti narcotrafficanti colombiani - impauriti come sono dall'estradizione - non avranno cercato la pagina web del Rubino: se ce l'ha fatta con Noriega....

Sfogo

Io l'avevo scritto il post.

É che il momento meritava: Mancuso consegna il "patto segreto di Ralito", la Fiscalía lo invia alla Corte Suprema di Giustizia" e questa si trova di fronte ad un bivio: aprire un processo contro i parlamentari coinvolti o sentirli solo in "versión libre"?

M'era pure venuto bene, il post, oso dire.

Coi link al sito delle AUC, all'articolo di Semana, con una raffica ritmata di rivelazioni ed approfondimenti che poteva pure catturare l'esigente pubblico del web.

Ebbene, Blogger me lo ha distrutto.

Per problemi di firewall, a quanto pare, da lì dov'ero non potevo pubblicare. Ottimo, va bene; ma perchè il post non è rimasto almeno come bozza?

Perchè?

martedì 23 gennaio 2007

Cultura in città


Bogotà Turismo indica la Capitale come il centro culturale del Paese. Musei, gallerie, biblioteche, patrimonio architettonico, santuari. In particolare segnala:
- Il santuario del Niño Jesus del 20 de Julio
- Il festival "Rock al Parque"
- La rete di biblioteche pubbliche Bibliored
- il "Museo del Oro" ed il Museo Nazionale di Colombia
- il Maloka, una specie di "La Villette" bogotano
- il Festival Internazionale di Teatro FITB.

domenica 21 gennaio 2007

L'Accordo Segreto di Ralito del 2001

DOCUMENTO CONFIDENZIALE E SEGRETO

Concittadini come enuncia il nostro preambolo; "il popolo Colombiano, invocando la protezione di Dio, e con l'obiettivo di rafforzare l'unità della Nazione e garantire ai suoi integranti la vita, la convivenza, il lavoro, la giustizia, l'uguaglianza, la conoscenza, la libertà e la pace " (1) ci conferisce oggi l'irrinunciabile compito di rifondare la nostra Patria, di firmare un nuovo contratto sociale.

Tutti i presenti oggi assumeremo l'impegno di garantire gli obiettivi dello Stato: "Difendere l'indipendenza nazionale, mantenere l'integrità territoriale ed assicurare la convivenza pacifica e l'esistenza di un ordine giusto". (2)

Costruire questa nuova Colombia, in uno spazio ove "ogni persona ha diritto alla proprietà" (3) e "ha doveri rispetto alla comunità, posto che solamente essa può sviluppare liberamente e pienamente la sua personalità" (4). È la nostra sfida.

Ogni colombiano ha il dovere e l'obbligo di lavorare per la pace, per compiere il mandato costituzionale che ci invita a "cercare di ottenere e mantenere la pace" (5). Questo compito non è prerogativa di pochi, ma dovere di tutti.

Secondo proposta dei presenti, si formeranno gruppi di lavoro che presenteranno i loro risultati durante la nostra prossima riunione di Ottobre.

VIVA LA COLOMBIA

(1) Preambolo della Costituzione Nazionale
(2) Costituzione Nazionale Art. 21
(3) Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, ONU 1948, art. 17 comma 1º
(4) Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, ONU 1948, art. 29 comma 1º
(5) Costituzione Nazionale Art. 95 comma 6º


In Colombia, ai 23 giorni del mese di Luglio del 2001 i presenti a quest'atto firmano 32 esemplari dello stesso contenuto che consta di 4 pagine.
In questo documento si attesta che i presenti a questa riunione firmano per volontà propria.

Firmatari
Santander Lozada, Stato Maggiore delle AUC (Salvatore Mancuso)
Adolfo Paz, Stato Maggiore delle AUC (Diego Fernando Murillo, alias "Don Berna")
Jorge 40, Stato Maggiore delle AUC (Rodrigo Tovar Pupo)
Diego Vecino, Stato Maggiore delle AUC (Edward Cobo Tellez)
Jose María López, Governatore di Córdoba
Salvador Arana Sus, Governatore di Sucre
Reginaldo Montes, Deputato (Córdoba)
Luis Alvarez, Deputato Supplente (Córdoba)
Jaime García, Direttore della Corporazione Autonoma delle Valli del Sinù e di San Giorgio
Alvaro Cabrales, ex Deputato
Sigifredo Senior, Sindaco di Tierralta (Córdoba)
Alfonso Campo Escobar, Deputato
Jose María Imbeth, Deputato
William Montes, Senatore (Bolívar)
Rodrigo Burgos de la Espriella, Senatore
Pepe Gnecco, Senatore (Cesar)
Luis Carlos Ordosgoita, Deputato (Córdoba)
Fredy Sanchez, Deputato (Córdoba)
Miguel de la Espriella, Deputato (Córdoba)
Eleonora Pineda, consigliere comunale (Tierralta)
Marciano Argel, Assessore alla Pianificazione di Tierralta
Wilmer Pérez, Sindaco di San Antero
Jose de los Santos Negret, Direttorio Conservatore
German Ortiz, Consulente del Comune di San Antero
Remberto Montes, Deputato (Córdoba) - AL POSTO DELLA FIRMA COMPARE LA DICITURA "ANNULLATO"
Juan Manuel López, Senatore
Antonio Sanchez, Giornalista
Rodolfo Vargas, funzionario del comune di Sincelejo
Jose Luis Feris, Allevatore di bestiame
Victor Guerra, Allevatore di bestiame
Luis Saleman, ex sindaco di San Onofre (Sucre)
Sabas Balserio, sindaco di San Onofre (Sucre)
Edwin Mussi, sindaco di Ovejas (Sucre)
Felipe Quedaga, funzionario del comune di Ovejas (Sucre)

sabato 20 gennaio 2007

Holocausto en el silencio - Recensione

L'intento delle autrici di questo "Holocausto..." è lodevole (che si continui a parlare del tema), scarsina però l'esecuzione: buone solo le interviste, il resto è solo per maniaci della bibliografia.

Novembre 1985, più di vent'anni fa. L'M-19 dà l'assalto al Palazzo di Giustizia, in pieno centro di Bogotà. L'esercito risponde coi carri armati e - dopo due giorni d'assedio - riconsegna alle "istituzioni democratiche" il Palazzo, un centinaio di morti (tra i quali mezza Corte Costituzionale) ed 11 desaparecidos.

Il libro di Adriana Echeverry ed Ana María Hanssen dedicato a questo episodio è diviso in tre parti: la prima contiene una ricostruzione degli eventi, non è troppo ben scritta e risulta addirittura noiosa - fatto incredibile, se si considera l'eccezionalità degli eventi (molto più appasionante e coinvolgente Noche de Lobos di Ramón Jimeno, che vi consiglio per avvicinarvi al tema).
Segue un resoconto di tutti i processi amministrativi, penali e militari relativi alla "toma": purtroppo il trattamento dato alle (molte) informazioni è sciatto e superficiale, risultando poco interessante per il lettore e poco utile per il ricercatore. I "vent'anni in cerca della verità" citati nel sottotitolo non sono ben rappresentati da questa carrellata troppo veloce.
La terza parte riscatta parzialmente il libro: dodici testimonianze di militari, superstiti, parenti delle vittime, ex guerriglieri dell'M-19; cento pagine che indignano e commuovono; solo alcune pennellate che restituiscono la tragicità di quei momenti e rendono ancor più inspiegabile il silenzio e l'amnesia della società civile e dei media su quei fatti.

Mi ha colpito l'intervista a Enrique Rodríguez, padre di uno dei desaparecidos. Suo figlio, Carlos Augusto Rodriguez Vera, era amministratore della mensa interna del Palazzo di Giustizia; a quanto pare, appena iniziato l'assedio fu portato dai militari alla Casa del Florero, ad un isolato dal Palazzo, e da lì alla Scuola di Cavalleria. Nel sospetto che si trattasse di un guerrigliero, l'ordine era di "lavorarselo" e di informare ogni due ore.
Nel silenzio e nella totale mancanza d'informazioni, la famiglia di Carlos Rodriguez non lascia nulla d'intentato: si rivolge a tutti gli organi dello Stato, conduce indagini private, denuncia a destra e a manca, rischia la vita e smuove tutte le amicizie possibili per sapere se aveva ancora senso cercare o - almeno - che fine avesse fatto il corpo del figlio. Nulla; solo qualche militare impietosito che fa filtrare spezzoni di verità, coi quali Enrique ricostruisce gli ultimi giorni di vita del figlio. "La mia famiglia" - dice, già ottantenne e senza speranze - "mi ha chiesto di non parlare perchè teme per la mia vita. Ma io" - conclude - "ho sempre detto le cose come sono, e se mi uccidono mi fanno un favore".

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Holocausto en el silencio
Veinte años en busca de la verdad
di Adriana Echeverry e Ana María Hanssen
Editore Planeta Colombiana S. A.
Prima edizione: Ottobre 2005
242 pagine

Pregate a Bogotà


Il Divino Niño "riflette l'innocenza e la speranza attraverso un'immagine più familiare di Gesù Bambino. Simbolo al quale si avvicina tradizionalmente chi governa la città". E se venite epr scopi religiosi non dimenticate il Santuario di Monserrate, la Cattedrale di Sale di Zipaquirà e - i 14 di ogni mese - la tradizionale venerazione del Signore dei Miracoli di Buga (Valle) nel quartiere La Soledad.
Per maggiori informazioni, contattate la Conferenza Episcopale di Bogotà al 437 55 40.

venerdì 19 gennaio 2007

Ancora Mancuso

Stavolta è l'Economist a dedicare un articolo alle confessioni di Mancuso. A rischio di alienarmi qualche simpatia dei lettori di questo blog, confesso che lo stile di questa rivista mi è sempre piaciuto: secco, educato, informato, magari non imparziale ma mai fumoso o tendenzioso. Anche sul caso dei paramilitari mantiene la linea: per quanto corto, l'articolo è un eccellente riassunto della situazione, ed in 5 minuti vi posiziona su cosa stia succedendo.

Ringrazio Loupsos per la segnalazione.

giovedì 18 gennaio 2007

Bogotà per lo shopping

Secondo la campagna "Y tú,¿qué sabes de Bogotá?", qui si comprano bene: smeraldi (ma occhio alle sole, dico io), oreficeria, artigianato, antichità, vestiti, scarpe, arte, libri, musica e caffè.

Buono shopping (da pronunciare rigorosamente "choppin").

mercoledì 17 gennaio 2007

336

Trecentotrentasei sono gli omicidi confessati da Salvatore Mancuso durante la sua seconda (e ben più corposa) dichiarazione di fronte alla giustizia colombiana.
Nella maggior parte di casi, l'italo-colombiano è autore intellettuale, ovvero la persona che dà l'"haganle", l'ordine di procedere. Ad alcune azioni ha invece partecipato di persona.

Di fronte a certi numeri, anche solo procedere con le indagini diventa complesso - e Mancuso era certo un pezzo grosso ma ce ne sono decine appena poco meno "importanti" di lui. A mo' di aperitivo, queste sono le 23 stragi (le sole stragi) delle quali ha assunto responsabilità:
- El Bicho (Córdoba)
- Revueltos (Córdoba)
- Cerro de las Mujeres (Córdoba)
- San José de Morrocoy (Córdoba)
- La Rula (Urabá)
- Las Changas (Urabá)
- El Martillo (Sucre)
- Ovejas ( Sucre)
- La Bonga (Sucre)
- Pivijay (Cesar)
- Magdalena (Cesar)
- Medialuna (Cesar)
- Rioseco (Valledupar)
- Los Fundadores (Valledupar)
- El Salado (Bolívar)
- Macayepo (Bolívar)
- Maríalabaja (Bolívar)
- San Jacinto (Bolívar)
- Chigorodó (Antioquia)
- Dabeiba (Antioquia)
- El Aro (Antioquia)
- Chivolo (Magdalena)
- La Gabarra (Norte de Santander).

Quanto ai rapporti coi militari, Mancuso afferma che per ottenere la collaborazione delle forse dell'ordine versava loro 400,000 dollari al mese. Soldi ben spesi, se é vero - come racconta - che un Colonnello della Polizia (in busta paga) lo ha liberato quando sprovveduti agenti (evidentemente non in busta paga) lo avevano arrestato nella Guajira.

Speriamo che le dichiarazioni di Mancuso segnino l'inizio del chiarimento della verità in questo "processo di pace" con le Autodefensas. Per approfondire, vi segnalo questo articolo de El Heraldo di Barranquilla.

martedì 16 gennaio 2007

Bogotà paradiso nascosto (?)

A quanto pare, la rivista italiana Vanity Fair avrebbe qualificato Bogotà come "destinazione turistica top". Dico "a quanto pare" perchè sul sito di Vanity Fair non c'è traccia dell'articolo: potrebbe trattarsi di un pezzo esclusivo per l'edizione stampata o... chissà.

Sono sempre scettico di fronte a questo tipo di liste, ancor più quando - conoscendo la città - so epr certo che per un "turista italiano tipo" (un TIT, per abbreviare) gli attrattivi non sono troppi. Il TIT si è abituato a cercare buon clima, magari il mare, una cucina particolare, un po' di cultura, divertimenti. Solo in quest'ultimo campo Bogotà - alemno secondo me - ha qualcosa da offrire che possa valere il tempo (ed il denaro) spesi per il viaggio.

Secondo quanto riporta El Tiempo, Vanity Fair avrebbe "scelto" Bogotà perchè il target della rivista cerca "buoni hotel, in luoghi esotici ed interessanti che garantiscano un soggiorno comodo e sicuro". Mah.

Sono parole della giornalista Laura Fiengo, che ha visitato la Colombia al soldo del (ehm, scusate: grazie ad un'iniziativa di) del Governo Colombiano - in questa pagina dell'Ambasciata colombiana in Italia una "traccia" del viaggio (peraltro non nascosto nell'articolo de El Tiempo). Quello che mi colpisce, però, è che allo stesso viaggio promozionale abbia partecipato anche l'estensore dell'articolo de El Tiempo, Néstor Pónguta, addetto stampa presso la medesima Ambasciata. Mah.

PS: della lista fanno parte anche Glen Canyon (USA), Sibiu (Romania), Bukanen (Indonesia), San Blas (Panama) e Kurili (Russia). Tutti paradisi nascosti...

lunedì 15 gennaio 2007

20 blog colombiani

Victor Solano, autore di un bel blog sulla comunicazione, ha selezionato per la rivista Enter 2.0 (de El Tiempo) una lista di 20 blog colombiani.

La trovate qui.

domenica 14 gennaio 2007

L'apostolo della realtà

Sulla liberazione di Fredy Muñoz, corrispondente colombiano di Telesur, hanno già scritto Maurizio Campisi, Annalisa Melandri ed Antonio Pagliula.

Svelata la montatura che aveva condotto al suo arresto, il giornalista viene intervistato da El Heraldo, giornale della città - Barranquilla - dove era stato condotto in carcere. "Non vorrei andarmene dal Paese", titola l'editore, chiarendo fin da subito quale sia la condizione del Muñoz.

Seguendo questo link troverete l'intervista completa, in spagnolo.

sabato 13 gennaio 2007

La Sierra

Facevo zapping un paio di sere fa e su Cine Max ho beccato un documentario, "La Sierra". Vedendo il titolo sulla guida TV pensavo fosse un film del terrore, tipo "Chainsaw massacre", visto che sierra significa sega. Mi sbagliavo - anche se alla fine mi sono impaurito lo stesso.

Racconta la storia di due ragazzi ed una ragazza del quartiere La Sierra di Medellin, conteso tra i paramilitari del Bloque Metro e la guerriglia. Uno dei maschi é il comandante degli AUC; finisce ucciso dalla polizia. L'altro é un "soldato semplice", strafatto, al quale finiscono per negare l'accesso alla smobilitazione. Lei, 17 anni, é fidanzata con un detenuto che - a metá documentario - molla per un altro.

Attorno ai tre, ruotano decine di personaggi: mamme, paramilitari, amiche, amici, poliziotti, preti, vicini, vicine. Lo scenario é molto simile alle favelas brasiliane: Medellin é piú calda di Bogotá, e la povertá piú evidente e tropicale.

Mi ha colpito molto il rapporto delle persone con la morte. Un fatto naturale, da aspettarsi molto prima dei 50 anni - morte violenta, naturalmente. Il ciclo della vita é corto e compatto: primi amori a 12 anni, un figlio a 14, vedova a 16, nonna a 35. O - se nasci maschio - assistente soldato a 10, prima pistola a 12, primi amori a 14, papá a 16, papá del secondo figlio (con la seconda moglie) a 18, ammazzato a 20, sepolto dal padre quarantacinquenne.

Se vi capita, vi consiglio di vederlo.

Tanto successo ha avuto il documentario che ora ha una pagina web dedicata. Troverete informazioni anchesui due autori, Scott Dalton e Margarita Martinez. Lui é stato persino sequestrato dalle FARC, qualche anno fa : qui il suo racconto.

PS: CineMax é un canale a pgamento, che solo pochi colombiani possono permettersi (pochissimi).

venerdì 12 gennaio 2007

Il Papa sulla Colombia

Ogni anno, il Papa si riunisce con gli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. Il discorso pronunciato durante questa udienza è occasione per toccare molti temi di politica internazionale, vista la vocazione dell'auditorio.

Di seguito le parole sulla Colombia, unico paese dell'America Latina assieme a Cuba ed Haiti a meritare una citazione specifica.

"La mia attenzione si volge in modo particolare verso alcuni paesi, segnatamente la Colombia, dove il lungo conflitto interno ha provocato una crisi umanitaria, soprattutto per ciò che concerne i profughi. Si devono fare tutti gli sforzi per pacificare il paese, per restituire alle famiglie i loro parenti che sono stati rapiti, per ridare sicurezza e una vita normale a milioni di persone. Tali segni daranno fiducia a tutti, ivi compresi coloro che sono stati coinvolti nella lotta armata."

Il discorso completo lo trovate qui.

La "platica", il "favorcito" e... la "carcelita"

Molto interessante la campagna "No manche su nombre" (non sporcarti il nome) lanciata dalla VicePresidenza, dall'Asobancaria e dalla UIAF. L'idea à allertare i colombiani sui rischi legati al riciclaggio di "denaro sporco": se qualcuno ti chiede di fare da prestanome - diono gli spot radio e TV - indaga sull'origine del denaro o sulle caratteristiche dell'operazione, e se non ci vedi chiaro lascia perdere.

Purtroppo il "testaferro" (prestanome, in Colombia) è una professione molto diffusa. Da un lato, c'è da rimpatriare il 3% del PIL (secondo le stime più conservatrici...), e quindi la pressione è altissima. Dall'altro - qui più che altrove - è forte la seduzione del denaro facile (tant'è che la pagina web della campagna si chiama www.dinerofacil.com.co). Il risultato è che solo negli ultimi tre anni 70,000 colombiani si sono visti "sporcati" da questo delitto.

Qui potete scaricare un PDF descrittivo della campagna.

Guido Piccoli su Il Manifesto

Riporto l'articolo di Guido Piccoli, da Il Manifesto del 28 Dicembre 2006.
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Colombia Uno scontro interno all'oligarchia fa traballare Uribe
Narcos e generali, la resa dei conti
La Colombia sull'orlo del caos. Dal computer di un capo paramilitare escono nomi di politici, generali e narcotrafficanti, «committenti» di omicidi e stragi. Lo scandalo innesca confessioni, accuse, ricatti. Emerge tra gli altri il nome di un famigerato comandante, cittadino italiano: ma perché l'ambasciata d'Italia ha dato il passaporto a Salvatore Mancuso?
Guido Piccoli
Nelle prossime settimane la Colombia potrebbe conoscere un bagno di sangue peggiore di tutti quelli accaduti nella sua travagliata storia. Paradossalmente però potrebbe anche avviarsi a diventare un paese normale.
Cosa sta accadendo? L'attuale caos è stato determinato da alcuni episodi. Come il casuale ritrovamento del computer di un capo delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia, famigerata organizzazione paramilitare di estrema destra), Jorge 40, contenente nomi di politici e generali suoi soci. O la scoperta di decine di fosse comuni con i resti delle vittime dei paramilitari, e poi le confessioni e reciproche accuse di alcuni detenuti eccellenti, mandanti ed esecutori di omicidi. Col passare dei giorni questi scandali stanno sconvolgendo, con un imprevisto effetto domino, lo stato e la società colombiani.
C'è di più: probabilmente in Colombia è arrivato al capolinea un regime corrotto e criminale, ma anche sofisticato, fatto di democrazia formale e di terrore sostanziale. E, non a caso, accade sotto la presidenza di un personaggio come Alvaro Uribe, ricattabile per i suoi legami antichi e recenti con narcos e paramilitari, ma anche incapace di portare, nonostante i suoi metodi autoritari, una sorta di pace nel paese. Quando s'insediò la prima volta a Palacio Nariño i paramilitari cantarono vittoria e cominciarono a «passare in cassa», decisi a farsi ripagare per i loro servizi di morte per conto dello stato. «Non saremo più il rotweiler del palazzo» annunciò il loro capo, Carlos Castaño. Da allora, però, le loro ruberie e le loro pretese sono aumentate fino a diventare insopportabili anche all'oligarchia tradizionale, che si era beneficiata dei loro omicidi mirati e dei loro massacri.
La crisi attuale non è causata solo da quei pochi settori dello stato che mantengono un minimo d'indipendenza da Uribe (come la Corte Costituzionale o la Corte Suprema di Giustizia), e neppure dalla resistenza popolare al neo-liberismo, dall'opposizione legale che sta crescendo intorno al Polo Democratico o dall'azione delle Farc, per nulla intaccate dalla recrudescenza del conflitto armato.
Conta forse di più la determinazione dell'oligarchia tradizionale di non farsi estromettere da quella mafiosa e paramilitare. Alvaro Uribe non può accontentare la prima, che l'ha votato nel maggio scorso, ritenendolo «insostituibile» (come scrisse il quotidiano El Tiempo) e neppure la seconda, che gli chiede di mantenere le promesse d'impunità assoluta e di legittimazione del potere acquisito col sangue.
I boss chiedono protezione
Come un Arlecchino creolo «servitore di due padroni», Uribe non sa più come destreggiarsi nella contesa che contrappone i paramilitari e la Casa Bianca, che vorrebbe rinchiudere questi ultimi nelle carceri statunitensi, anche se solo nella veste di narcos. Il presidente vive ormai alla giornata, senza una strategia. Una settimana fa ha fatto trasferire i capi paramilitari dal club turistico, dove godevano di ogni confort e della più assoluta libertà, al supercarcere di Itaguì. Forse Uribe voleva ammansire gli Stati uniti, sempre più irritati dall'immunità «politica» concessa ai narcos.
Se è vero che in Colombia sono stati sistematicamente insabbiati tutti gli scandali, per Uribe e il suo schieramento, sembra essere arrivata l'ora della resa dei conti. Tutti accusano tutti: perfino Uribe ha denunciato la tolleranza verso i paras dei presidenti che l'hanno preceduto.
I capi paramilitari, che minacciano di rivelare le loro relazioni con lo stato e la politica, temono di essere scaricati come fu a suo tempo il gran capo Pablo Escobar. E proprio come fece il boss, nei suoi ultimi anni, chiedono protezione alla sinistra. Uno di loro, tale Salvatore Mancuso, ha chiamato il senatore Gustavo Petro, ex guerrigliero dell'M-19 e ora esponente del Polo Democratico, diventato (anche per il suo ruolo di denuncia del para-stato) il più probabile candidato d'opposizione in caso di elezioni anticipate.
In un'intervista pubblicata in prima pagina da El Tiempo domenica scorsa proprio Petro, oltre a definire i paramilitari «sicari alle dipendenze di uno stato mafioso», ha fatto previsioni tetre: «I datori di lavoro del paramilitarismo - narcos, generali dell'esercito e della polizia, politici, imprenditori - i cui nomi stanno per essere resi pubblici, cercheranno di impedire che la verità venga a galla. Alcuni nuclei tenteranno destabilizzare il paese e generare un caos cieco, colpendo non soltanto l'opposizione, il Polo, me e la mia famiglia, ma anche lo stesso presidente Uribe». Per evitare di finire come tanti altri coraggiosi colombiani che si sono opposti al terrorismo statale, Petro gira con un giubbotto antiproiettile e una scorta di una ventina di guardie del corpo.
Secondo Petro, anche Uribe rischia. Sebbene sia l'ultimo governante di fiducia degli Usa nel loro traballante «cortile di casa», Uribe potrebbe essere scaricato dalla nuova maggioranza democratica a Washington. E saltare: letteralmente (per opera dei suoi soci) come paventato da Petro, o pacificamente, grazie a un «impeachment», possibile per il contributo decisivo e documentato dei paramilitari alle sue due elezioni presidenziali o perchè coinvolto dagli scandali di questi giorni, visto che tutti i personaggi accusati di paramilitarismo sono amici suoi.
In questa polveriera appare sempre più decisivo il ruolo del Polo Democratico, unica forza capace di far uscire il paese dal caos. Magari alleandosi con la parte del partito liberale non coinvolta col paramilitarismo, e anche intavolando un dialogo con la guerriglia che resiste senza difficoltà alle roboanti quanto impotenti azioni militari del nuovo Plan Victoria (discendente dei falliti Plan Patriota e Plan Colombia). «Questa emergenza merita la convocazione urgente di nuove elezioni. Bisogna lavorare per un'alleanza che salvi la nazione. Le organizzazioni politico-sociali, i partiti e i movimenti democratici, i militari rispettabili, tutti i colombiani che hanno a cuore la patria devono unirsi per costruire un'alternativa decorosa al governo», ha detto Ivan Márquez, comandante delle forze guerrigliere nel nord della Colombia membro del segretariato delle Farc. Almeno nell'opposizione, la politica potrebbe prendere il sopravvento sulle armi.
«El Mono» e la 'Ndrangheta
Nel frattempo quel Salvatore Mancuso sta diventando un caso - anche in Italia, visto che è un cittadino italiano. Detto «El Mono», la scimmia, da anni alterna le stragi di umili contadini con i trasporti di droga nell'Atlantico. Molti fingono di non saperlo. Stando alle intercettazioni telefoniche che un mese fa hanno reso possibile l'operazione «Galloway Tiburon» (realizzata dalle polizie italiana, spagnola, colombiana e dalla Drug Enforcement Administration, l'antidroga statunitense, e conclusa con un centinaio di arresti), qualcuno della nostra ambasciata di Bogotà avrebbe concesso a Mancuso il passaporto italiano, prendendo per buona la sua dichiarazione di buona condotta. «Mancuso potrà viaggiare tranquillamente in Italia per realizzare i progetti che ha in mente», diceva il suo amministratore di fiducia parlando con Giorgio Sale, un imprenditore romano, arrestato insieme con i suoi tre figli con l'accusa di riciclare, attraverso ristoranti, pub e una cinquantina di negozi di abbigliamento di Bogotà, Barranquilla e Cartagena, i ricavi del narcotraffico del boss.
Nell'operazione è caduto anche un pezzo da novanta, José Alfredo Escobar, presidente del Consiglio superiore della magistratura colombiana, che controlla le risorse della giustizia, la carriera dei magistrati e ha la facoltà di distribuire i casi ai tribunali civili o a quelli militari. Secondo gli inquirenti, dall'inizio dell'indagine, le Auc avrebbero fatto arrivare otto tonnellate di cocaina purissima, soprattutto sulle banchine del porto di Goia Tauro, destinate alle varie famiglie della 'Ndrangheta diventata, secondo la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, egemonica nel «traffico internazionale di cocaina, grazie ai canali diretti di approvvigionamento dai Paesi del Sudamerica e alla dimostrata abilità nel gestire complessi sistemi di riciclaggio». Agli occhi dei narcos colombiani, «la 'Ndrangheta è l'organizzazione più affidabile, perchè quasi impermeabile al fenomeno del pentitismo», ha detto Nicola Gratteri, giudice della direzione antimafia di Reggio Calabria.
Per ora il sogno di Salvatore Mancuso di tornare con i suoi immensi bottini di guerra nella terra dei suoi avi paterni, sulla costa meridionale salernitana, è sfumato: a causa dell'iniziativa della magistratura italiana, che rimase inerte dopo altre inchieste che l'avevano coinvolto in passato (come la «Decollo» del gennaio 2004). Nei prossimi giorni, su richiesta di Nicola Gratteri, dovrebbe partire la richiesta di estradizione del leader delle Autodefensas Unidas de Colombia per narcotraffico.
Le possibilità che Mancuso arrivi ammanettato in Italia sono al momento nulle, vista l'immunità concessa a lui, all'intero vertice narco-paramilitare e al loro esercito dal presidente Alvaro Uribe. Ma questo provvedimento agevolerebbe comunque la comprensione della natura del parastato colombiano da parte del nostro governo.
Tra gli interlocutori della Farnesina non sono mancati sinistri figuri. Coloro che dirigevano fino a pochi mesi fa l'ambasciata e il consolato di Milano, Luis Camilo Osorio e Jorge Noguera, quando erano a capo della Fiscalía (la magistratura inquirente) e del Das (la più potente delle polizie segrete colombiane), facilitarono spudoratamente la penetrazione paramilitare nelle istituzioni colombiane. L'attuale ministro degli esteri, María Consuelo Araújo, ha un fratello senatore indagato per paramilitarismo e fa parte di una famiglia sotto protezione del capo paramilitare Jorge 40. Infine il nuovo ambasciatore a Roma, Sabas Pretelt: quando era alla direzione del ministero degli Interni e della Giustizia (significativamente unificati sotto il regime uribista) fu l'architetto del farsesco «negoziato» con le Auc e in quella veste assicurò ai capi paramilitari che non avrebbe fatto estradare negli Usa se si fossero impegnati a far vincere nelle scorse elezioni Uribe e lui in quelle del 2010 - questo secondo le confessioni di alcuni capi paras riportate sull'ultimo numero della rivista Cambio. Tutta gente «per bene» con troppi scheletri nell'armadio.

giovedì 11 gennaio 2007

Las cartas del gordo

Dago García ed il suo "combo" affinano la loro arte e ci regalano un lungometraggio divertente, emozionante e - pensa un po' - colombiano (nonostante non si parli nè di sequestri, nè di terrorismo, nè di droga, nè...).

Carlos Julio (el Gordo) e Alfredo Rangel (el Flaco) sono amici fin da bambini; li unisce la passione per il calcio, ma con la differenza che il Gordo é una "chocha" (schiappa) mentre il Flaco è così bravo che finisce per giocare nel Boca Juniors di Buenos Aires. A Carlos Julio non resta quindi che seguire l'amico per televisione, millantando coi vicini ed amici del quartiere un'amicizia che - a dire il vero ha sofferto un po' la distanza e la differenza di stili di vita (Carlos Julio infatti è rimasto a Bogotà, a prendersi cura della parruccheria di famiglia).

Quando "el Flaco" è già pronto a trasferirsi in Italia (eh sì, siamo la mecca del calcio...) una lesione gli guasta la festa. Dopo l'operazione, a Bogotà, la carriera è finita ma ricomincia l'amicizia con el Gordo, tra battute, assistenti procacione, depressioni, allegrie e ricadute.

La storia non è questo granchè, nè per originalità nè per colpi di scena (peraltro quasi del tutto assenti). Neanche la morale vale come punto forte del film: la combinazione di un vero amico fa di tutto per te-ti perdona qualsiasi errore-è sempre lì quando ne hai bisogno con i soldi non fanno la felicità-è meglio la vita semplice di un barbiere che la fama effimera di un calciatore è come minimo scontata.

Eppure, il film è godibile. John Mario Rivera, il protagonista, è un eccelente attore: tempi da commedia, emozioni credibili su tutti i registri, una colombianità popolare che piace, piace, piace a tutti. La fotografia (dello stesso Vasquez che co-dirige con Dago García) è di alto livello, e mostra una Bogotà trasfigurata che da sola vale il film. Le canzoni originali (e la bella voce di Diana Angel) sottolineano i momenti giusti, gli altri attori fanno la loro parte senza esagerare, l'ambientazione è equilibrata ed efficace... insomma, un eccellente lavoro d'equipe di Dago e Co.: i 9 lungometraggi realizzati in dieci anni (un record assoluto per la Colombia di tutti i tempi) si sentono.

mercoledì 10 gennaio 2007

D'Alema in America Latina

La recente visita in Brasile, Cile e Perù del Ministro degli Esteri italiano è stata l'occasione per una intervista di Angela Nocioni per Liberazione (che allaccio qui, dal sito dei DS).

A parte l'interessante distinzione tra populismo e sinistra moderata (entrambe non-sinistre, a pensarci bene...), segnalo l'assenza della Colombia dai pensieri di D'Alema e della Nocioni. Peccato. Sarà perchè ci sono più interessi economici a Lima che a Bogotà?

martedì 9 gennaio 2007

Crónica de cuatro décadas... - recensione

Lo consiglio a chi volesse farsi un'idea della politica colombiana: come funziona, che limiti incontra, come vive il conflitto interno. Pécaut é un moderato: non prova neppure ad additare buoni e cattivi perchè il suo oggetto di studio - la Colombia - è al di sopra di queste categorie.

"Cronica de cuatro décadas de política colombiana" è una raccolta di articoli di Daniel Pécaut, scritti tra il 1969 ed il 2003. Inizialmente dirette al pubblico francese sulla rivista Problèmes d'Amerique Latine, queste "crónicas" coprono gli ultimi quarant'anni della storia del paese (con un buco - peccato - tra il '91 ed il '98); avere un pubblico di lettori non esperti (e non direttamente interessati) costringe Pécaut a spiegare le radici dei fenomeni e ad evitare i dettagli - entrambi punti forti di questo libro. Se da un lato 10 righe possono sembrare poche per l'episodio dell'assalto al palazzo di giustizia (che naturalmente merita libri e libri), dall'altro fa piacere scorrere in sole 450 pagine tutta la storia recente del Paese - e riuscire a comprenderne alcuni dei fili conduttori.

Partendo dal "mito dell'immobilità" (la condanna a permanere all'interno di successive spirali di violenza) e giungendo fino ad Álvaro Uribe, Pécaut attraversa i decenni cercando di isolare i fattori determinanti della storia colombiana: il ruolo delle élite, la guerra, la società civile inesistente (e spesso ostaggio dei combattenti), la politica dei favori e delle pressioni, le difficoltà geografiche ed economiche, l'assenza di radici. Lo sviluppo di questi (ed altri) fattori porta all'attuale "paese-laboratorio del mondo globalizzato": tra i grandi problemi in agenda (diritti umani, criminalità organizzata, governabilità, terrorismo, emigrazione clandestina, ecologia) non ve n'è uno in cui la Colombia non sia in prima linea per complessità e proporzioni.

Se la Colombia v'interessa (e se avete la pazienza di districarvi tra gli infiniti "ismi" della politica colombiana...), questo libro fa per voi.
Assolutamente imperdibili le pagine sull'elezione presidenziale del 1974: si sfidano Alfonso López Michelsen (figlio di Alfonso Lopez, due volte presidente della repubblica), Álvaro Gómez Hurtado (figlio di Laureano Gomez, presidente fino al 1953) e Maria Eugenia Rojas che (sorpresa) non era figlia di presidente ma... di dittatore (suo padre infatti era il Generale Gustavo Rojas Pinilla, al potere fino al 1957).
Da non perdere anche le elezioni del 1990, quando la tragedia prende il posto della farsa: ben tre candidati alla presidenza sono assassinati durante la campagna elettorale. Bernardo Jaramillo Ossa (Unión Patriótica) , Carlos Pizarro (M-19) e Luis Carlos Galán, il favorito, colpevole di aver tentato di rifondare il Liberalismo (e di non aver accettato Pablo Escobar nel suo partito - forse la decisione fatale).

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Crónica de cuatro décadas de política colombiana
di Daniel Pécaut
Edizioni: Grupo editorial Norma - Collezione: vitral
Prima edizione: 2006
543 pagine

lunedì 8 gennaio 2007

Ancora Mancuso

Probabilmente il più celebre tra gli italo-colombiani, Salvatore Mancuso è di nuovo notizia. Stavolta El Tiempo segnala che potrebbe perdere i benefici della "Ley de Justicia y Paz" se risultassero provate le accuse di narcotraffico contenute in un'indagine italiana, la cosiddetta "operazione Decollo" del Maggio 2005.

La perdita di benefici - per chiarire - non deriva dal fatto di aver trafficato cocaina: per la "Justicia y Paz", questo non sarebbe un problema. Il "busillis" è che - secondo l'indagine - Mancuso avrebbe investito i proventi non in armi per le AUC (bene) ma in proprietà immobiliari per sè (male).

Riguardo a questo filone, vi segnalo l'articolo di Pierpaolo Lio sul Porto di Gioia Tauro, "approdo di riferimento della 'ndrangheta". Vale la pena leggerlo, se v'interessano le dinamiche informali del commercio Italia - Colombia.

sabato 6 gennaio 2007

Sostiene Pecaut - V

"Nonostante i paramilitari ed un'estrema destra [...] non dissimulino la propria inclinazione a favore di Uribe, essi rappresentano solo la minima parte di un ampio movimento d'opinione che in definitiva ha scelto Uribe."

Da "Crónica de cuatro décadas de política colombiana", di Daniel Pécaut, Grupo Editorial Norma, 2006 - pag. 471. L'articolo da cui è tratta questa citazione è stato pubblicato originariamente in "Violencia y Estratégias Colectivas en la Región Andina" di G. Sánchez e E. Lair (curatori), Ed. Norma, anno 2004.

venerdì 5 gennaio 2007

Sostiene Pecaut - IV

"La guerriglia ed il governo hanno un rapporto molto diverso con la dimensione temporale [...].
Attiva da decenni ed impregnata di mentalità contadina, la prima utilizza bene l'attesa, tanto in guerra come nei negoziati. I vari governi, invece, sembrano non avere memoria e - lungi dall'imparare dai fallimenti dei predecessori - pretendono di ripartire da zero e di ottenere in quattro anni risultati definitivi [...]."

Da "Crónica de cuatro décadas de política colombiana", di Daniel Pécaut, Grupo Editorial Norma, 2006 - pag. 424. L'articolo da cui è tratta questa citazione è stato pubblicato originariamente nella Revista Colombiana de Sociología, vol. V, nº 2, anno 2000.

Sostiene Pecaut - III

"Ciò che distingue la Colombia dalla maggior parte dei paesi latinoamericani è probabilmente il non aver conosciuto una rivoluzione secolarizzante [...] e non aver mai realmente rotto con la Regeneración."

Dall'introduzione di "Crónica de cuatro décadas de política colombiana", di Daniel Pécaut, Grupo Editorial Norma, 2006 - pag. 28.

Sostiene Pecaut - II

"In Colombia ha messo radici [...] la convinzione collettiva di una storia condannata alla ripetizione eterna. Le guerre civili del Diciannovesimo secolo si evocano come se tuttora dominassero gli eventi del secolo XX, ed in particolare la trama ad essi soggiacente - che si troverebbe nella Violenza. Esiste certamente il ricordo di una rottura, quella del 9 Aprile. Ma questa simbolizza precisamente l'impossibilità di muovere verso il reincontro tra Popolo e Nazione. Gli intellettuali colombiani non hanno avuto neppure l'opportunità, come gli intellettuali peruviani degli anni Trenta, di disegnare i contorni di una nazione futura creando miti fondatori sulla base dell'esaltazione di un passato preispanico o del mantenimento delle comunità indigene: i Chibchas non sono gli Inca e le poche comunità indigene più o meno preservate erano percepite più come isole arcaiche in una società meticcia. È stato necessario l'intervento di Gabriel García Márquez per proporre il grande mito della storia colombiana: l'esplosione nello spazio, l'immobilità nel tempo, la condanna alla ripetizione."

Dall'introduzione di "Crónica de cuatro décadas de política colombiana", di Daniel Pécaut, Grupo Editorial Norma, 2006 - pag. 26.

lunedì 1 gennaio 2007

Auguri

Buon 2007 a tutti i lettori di Bogotalia.

Un abbraccio, Doppiafila.