lunedì 26 febbraio 2007

Tutta italiana la finale della Colsanitas

Roberta Vinci, ventiquattrenne tarantina, si aggiudica la XV Coppa Colsanitas, suo primo torneo del WTA Tour. Tathiana Garbin, trentenne, veneta, data per favorita, deve ritirarsi per problemi fisici.

Non è la prima volta che il tennis italiano è protagonista a Bogotà: Laura Pizzichini fu seconda nel '96 e la Garbin nel 2000, e sempre quest'ultima s'aggiudicò il doppio l'anno dopo in coppia con la slovena Husarova. Incredibile di recente la serie positiva di Flavia Pennetta nel 2005 (prima in singolo) e nel 2006 (prima nel doppio in coppia con l'argentina Dulko e seconda in singolo).

Da El Colombiano, la cronaca della sfida.

domenica 25 febbraio 2007

Fiumi di sangue

El Colombiano ha iniziato questo fine settimana la pubblicazione di una serie di articoli sul ruolo dei fiumi nella vicenda - non interrotta - dei "desaparecidos" colombiani.

Il primo pezzo, di Catalina Montoya Piedrahíta, è un buon esempio di come si possa (debba) parlare del passato recente del paese: senza esagerare i toni, senza quei giudizi (e quei nomi) che ti possono costare la vita, ma dicendo sostanzialmente le cose come stanno.

Colpisce la storia delle pertiche: i comuni riveraschi si sono muniti di lunghe canne (fino a quattro metri) che vengono utilizzate ogni qualvolta un cadavere s'avvicina alla riva. Per evitare che s'incagli in territorio municipale - con l'apertura delle conseguenti indagini e pratiche burocratiche - solerti impiegati lo sospingono oltre, fino ai confini del prossimo comune (a sua volta ben dotato di pertiche scansamorto). Finisce che il cadavere diventa irriconoscibile e che si perde la possibilità di ricostruirne il decesso.

L'"Instituto Nacional de Medicina Legal" ha realizzato uno studio sul fiume Cauca, tra la zona industriale di Cali e l'occidente del dipartimento di Caldas: tra il 1990 y 1998 sono state 547 le autopsie a vittime d'omicidio recuperate dal fiume. Molte tagliate, sviscerate, riempite di pietre e ricucite alla meno peggio. La maggior parte, vittime dei paramilitari (o "autodefensas", come li chiamano i fan del politically correct ad ogni costo).

Buona lettura.

martedì 20 febbraio 2007

María Consuelo Araújo, arrivederci

Nonostante i suoi sei mesi da Ministro degli Esteri siano da dimenticare, il papà sia accusato di sequestro estorsivo ed il fratello senatore sia in carcere per il "paragate", non è difficile prevedere che "la Conchi" continuerà ad essere protagonista di una brillante carriera politica.

Il semestre da Ministra già era cominciato male: quando aveva già pronte le valigie per Città del Messico, riceve una telefonata da Uribe che le chiede - usando la parola "patria" almeno 40 volte, probabilmente - di restare a Bogotà: la reazione avversa alla nomina dell'ex-Presidente Samper come Ambasciatore a Parigi costringe il Presidente ad un "domino power" di movimenti diplomatici, che strappa la nostra al training messicano e la catapulta agli affari esteri. Era il 7 di Agosto del 2006, giorno dell'insediamento del secondo Governo Uribe.

La Araújo faceva già parte dell'esecutivo, come Ministro della Cultura. Prima, era stata direttrice del Giardino Botanico di Bogotà (con Peñalosa) ed assessore allo sport (con Mockus). Una carriera amministrativa non male, per una donna così giovane, ma che non spiega la sua scelta come ministro quanto altre tre considerazioni: l'appartenenza alla famiglia politica per eccellenza del Cesar, un'immagine di persona brillante e lavoratrice (oltre che piacevole) ed il "marchio di qualità" così caro ad Uribe che gli conferiva il sequestro ed omicidio della zia - anch'essa ex Ministro della Cultura - da parte delle FARC.

Dei sei mesi scorsi, spesi immagino nel tentativo di ambientarsi e di essere all'altezza della nuova responsabilità, ricordo solo alcuni flash: il valzer con Chavez durante la sua prima trasferta (nella foto a sinistra), lo scavalcamento subito da parte di tutti i ministri maschi durante la crisi del glisofato con l'Ecuador, il viaggio in Europa di Gennaio e la difficoltà di convincere (e convincersi) che la politica estera la facesse lei e non il Presidente, fatto ancora più evidente quando si trattava delle relazioni con gli USA relative al Trattato di Libero Commercio o al "Plan Colombia" - tutti temi gestiti sopra la sua testa.
Ma il peggio è stato senz'altro il coinvolgimento della sua famiglia nello scandalo della "parapolitica": col fratello Álvaro ed il padre accusati di rapimento a scopo d'estorsione, il cugino ex-Governatore eletto coi voti di "Jorge 40" e l'altro fratello sotto indagine negli Stati Uniti si faceva complicato il compito di fare da "faccia pulita" del governo all'estero (senza neppure menzionare il caso della sorella e del marito italiano, che l'accusò di averlo minacciato di "chiamare certi amici della famiglia" per metterlo in riga)...
Per alcune settimane, Uribe non molla e continua a garantire appoggio incondizionato alla sua pupilla. Poi, di fronte al montare dei processi e degli arresti, deve cedere e bruciare il "fusibile".

È la fine della carriera politica della Arújo? Non credo. È giovane, carina, preparata, intelligente, potente, ammanicata ed ha goduto di un'esposizione mediatica che pochi possono vantare in Colombia. Basteranno pochi mesi di silenzio, magari l'occasione per un secondo master all'estero, per potersi ripresentare - fresca come una rosa - come sindaco, ambasciatore, ministro o chissacchè: le radici del potere sono profonde.

lunedì 19 febbraio 2007

No comment

A poche ore dall'annuncio delle dimissioni (accettate) di María Consuelo Araújo, Álvaro Uribe designa come nuovo ministro degli esteri Fernando Araújo Perdomo.

Il neo-ministro - conservatore - ha già avuto esperienza di governo con Pastrana fino a che - nel 2000 - uno scandalo giudiziario lo costrinse a dimettersi. Dal Dicembre del 2000 alla fine dell'anno scorso, Araújo Perdomo (che non è parente della Ministra uscente) ha vissuto in cattività: era uno dei "canjeables" in mano alle FARC finchè una confusa operazione militare gli ha consentito di fuggire e di recuperare la libertà (nella foto a destra, l'incontro coi militari della Marina dopo giorni di cammino per la selva dei Monti di Maria).

Conchi se ne va

Giovane, intelligente, carina: la Ministra degli Esteri era la "faccia pulita" del Governo Uribe. Ora lascia la Cancelleria senza testa ed Uribe con uno strato di Teflon appena più sottile...


L'annuncio è di questa mattina: a 6 mesi dall'incarico e dopo alcuni giorni nell'occhio del ciclone, la "Conchi" non è più ministro degli esteri colombiano. Lascia per poter appoggiare il padre ed il fratello, pesantemente coinvolti nello scandalo della "parapolitica" (o "paragate", come si comincia a chiamare negli Stati Uniti). Lascia nonostante venerdì scorso Uribe avesse garantito che lei sarebbe rimasta al suo posto - non cambio una politica di razza come lei per salvare le apparenze, avrebbe detto il Presidente. Lascia in modo corretto e dignitoso - magari solo un po' in ritardo - ma abbastanza a tempo per salvaguardare un discreto capitale d'immagine.

sabato 17 febbraio 2007

Due post

Vi segnalo l'articolo di Maurizio Campisi sulla "parapolitica", lo scandalo sulle commistioni tra paras e politici che ha portato a cinque arresti eccellenti. Maurizio sottolinea la delicata situazione dell'attuale Ministra degli Esteri colombiana, Maria Consuelo Araújo: suo fratello (senatore) è uno degli arrestati ed anche il papà ha i suoi problemini (un'accusa di sequestro estorsivo, nientedimeno), ma lei s'unisce al coro degli "hic manebimus optime" ed annuncia che non si dimetterà.

Adam Isacson su www.cipcol.org chiede a William Wood di provare qualcosa di nuovo. È che il Wood lascia l'ambasciata americana a Bogotà per occupare lo stesso iincarico... a Kabul. Dati alla mano, Adam fa notare che Wood ha trovato il primo produttore mondiale di cocaina e - dopo quattro anni - lo lascia sempre primo produttore e con i principali dati (consumo, costo, produzione, ettari seminati a cocaina) invariati. Considerato che l'Afghanistan è il primo produttore al mondo di eroina, la richiesta di Isacson è più che comprensibile...

mercoledì 14 febbraio 2007

Fredy Muñoz, terzo atto

La rivista Cambio pubblica in prima pagina una foto di Fredy Muñoz in compagnia dei guerriglieri delle FARC (qui a destra), ed intitola "Telesur: la prova regina". Il giornalista prima arrestato e poi liberato sarebbe dunque colpevole di "terrorimo"? O - come sostengono alcuni - la foto è un montaggio ed è Cambio a macchiarsi di leggerezza o - peggio ancora - di complicità?

Nel Novembre scorso, Fredy Muñoz Altamiranda era arrestato nei caraibi colombiani. L'accusa - gravissima: essere non solo simpatizzante delle FARC ma addirittura esperto in esplosivi. Qualche settimana dopo, il corrispondente di TeleSur veniva liberato perchè le prove a suo carico non erano sufficienti a mantenerlo in prigione. Ora - terzo atto - appare questa foto su Cambio (proprietà della Casa Editorial El Tiempo, CEET) .

Le posizioni sul caso si polarizzano ora attorno a due estremi:
1) "Visto? Era chiaro fin da subito che il tipo era un terrorista: guardatelo, come festeggia coi suoi compagni di sovversione. Dovevamo tenerlo dentro e per fare i garantisti ce lo siamo fatto scappare"
2) "Ma come fa Cambio a pubblicare una foto così platealmente ritoccata? È evidente che si tratta di un fotomontaggio, che dimostra il piano del governo colombiano e de El Tiempo per screditare TeleSur ed il Venezuela di Chavez nel paese"
(Esiste in verità una terza posizione, che considero un po' forzata: "Muñoz appare in una foto con le FARC, con un fucile mitragliatore a tracolla e con un sorriso sulle labbra; era lí per fare un pezzo, l'hanno costretto a mettersi il fucile a tracolla e sorride perchè gli hanno detto cheese").

Quale sarà la verità? Speriamo di saperlo, un giorno! Nel frattempo qualcuno ci scherza su, con foto come questa a sinistra, dove il brindisi colle FARC lo fa John Walker Bush.

La trovata strappa un sorriso, ma la questione è seria, molto seria: chi disinforma, Telesur o Cambio?

Due consigli che non vi salveranno la vita

L'11 Febbraio scorso Maurizia Ascoli, genovese di 51 anni, è stata uccisa a colpi di pistola a Cartagena de Indias. Il marito, Giambattista Traverso, è ancora in prognosi riservata in una clinica locale: gli hanno dovuto asportare un rene e non sa ancora della morte della moglie, ma si riprenderà, nonostante abbia già 74 anni.

Alcuni giornali dicono che avevano appena ritirato dei soldi al Bancomat; fatto sta che i due passeggiavano appena fuori dalle mura della città quando due motociclisti hanno tentato di scippare la borsa della signora. Lei pare abbia fatto resistenza, scatenando gli spari dei rapinatori.
Di fronte a questa tragedia, l'unica considerazione possibile è che viviamo in un mondo di schifo, dove si può morire per una borsetta ( in Colombia, in Italia o in tanti altri paesi), per lo sfogo di un maniaco, per una bomba intelligente, per il crollo di una miniera, per la scheggia di una granata, perchè un pozzo artesiano non era tappato, perchè un signore voleva qualcosa di assurdo, perchè perchè...

Voglio però fare due considerazioni che potrebbero servire a chi si appresta a venire in Colombia. La prima: occhio alle bolle.
Chi visita Cartagena e resta dentro le mura può pensare che la Colombia sia sicura, tranquilla: poliziotti in ogni dove, un tasso di criminalità più basso che al centro di Roma, anni senza nemmeno una rapina o uno scippo ai turisti sbarcati dalle navi da crociera. La spiegazione? Siete in una bolla. Unica località turistica rinomata mondialmente, Cartagena è protetta da uno schema di sicurezza paragonabile ad un viaggio permanente di Bush: centinaia di agenti (anche in borghese), infiltrati, turni di ronda serrati e - soprattutto, oserei dire - precisi accordi con le varie mafie locali perchè non uccidano la gallina dalle uova d'oro (il turismo). Appena fuori dalle (meravigliose) mura della città, però, sei fuori dalla bolla. Le stesse case, lo stesso sole, la stessa gente - ma hai passato il sottile confine tra la zona protetta e la terra di nessuno. Lì il poliziotto più vicino è abbastanza lontano da permettere alla moto dei rapinatori di fuggire, e la tua "qualità" di turista passa da fattore di protezione a fattore di rischio.
Di queste bolle ne esistono dappertutto: basti pensare a Bogotà, dove fino a pochi anni fa a cinque isolati dal "salotto" della piazza di Bolivar esisteva il "Cartucho", un quartiere di catapecchie e vicoli fangosi che accoglieva migliaia di derelitti (qui simpaticamente chiamati "desechables"). Cartagena - però - fa più impressione, considerata la bellezza della città coloniale e l'immensa povertà del resto, dell'altra bolla, quella in cui vivono i cartageneros "normali", 70% dei quali vive in povertà.
Ogni bolla, per concludere, ha le sue regole. Passeggiate pure per la Plazoleta Santo Domingo con la vostra reflex digitale da 1,500 Euro, ma lasciatela in albergo se dovete uscire dalla "zona protetta", perchè lì - e questa è la seconda considerazione - la vostra vita non vale nulla.

Ci sono varie ragioni perchè ciò sia vero - oggi - in Colombia, e tutte sono interconnesse. Ad esempio: su 100 omicidi, 97 restano senza colpevole - zero deterrenza. Altro esempio: una cultura della morte come prosecuzione della politica (o delle discussioni in generale). Negli anni della "violenza" (così si chiama il periodo che va dal 1948 al 1960) la gente si ammazzava a decine di migliaia ed ancora oggi i metodi dei paramilitari e della guerriglia prevedono lo sterminio e la strage come strumenti d'uso comune. Altra radice: l'ignoranza e la mancanza di prospettive. Basta ascoltare le interviste dei protagonisti de La Sierra per capire che in certi ambienti si uccide con leggerezza perchè si è pronti a morire con la stessa facilità. Anzi, la morte violenta in giovane età è vissuta come la giusta conclusione di una vita eroica, molto migliore di una lunga malattia dopo gli ottanta.
Se tutte queste "ragioni" non convincono, faccio appello alla legge della domanda e dell'offerta: in alcune zone del Paese, bastano 500,000 pesos (meno di 200 euro) per assoldare un "matón" e far eliminare un nemico, un rivale in amore o anche solo un vicino rumoroso.

Nè queste due considerazioni nè i consigli del Ministero degli Affari Esteri possono evitare tragedie. Maurizia Ascoli e suo marito conoscevano bene la Colombia, al punto che avevano deciso di comprare casa a Cartagena per passarci un po' del loro tempo libero. Occhio.

giovedì 8 febbraio 2007

Tassisti

La gente è gentilissima, da queste parti. Nei rapporti tra amici, in quelli di servizio o in azienda l'amabilità non manca mai. C'è un'eccezione: i tassisti. Freddi, riservati, sospetti. Al punto che...

I viaggiatori per affari si vantano di poter conoscere un popolo dalle poche persone con le quali entrano in contatto: personale di terra delle aerolinee, maitre d'hotel e - naturalmente - i tassinari. Questo potrebbe essere vero a Buenos Aires, dove rubicondi signori coi baffoni cominciano a man¡gnificarti le lodi dei porteños appena abbassano la bandiera; oppure a Roma, in particolare quando - a fine corsa - dimostrano la straordinaria creatività che i locali applicano all'arte di fregare candidi turisti; o a Milano, città di imprenditori automuniti del trasporto pubblico et esperti commentatori delle vicende di Piazza Affari.

A Bogotà, però, i nostri "viaggiatori" prenderebbero una cantonata: sali su un taxi e sei in un altro mondo. Fino allo sportello giallo sei in America Latina, e la gente ti sorride. Dentro, lotti per la tua vita. E non mi riferisco solo al "paseo milionario": sono i gesti, l'apparenza e l'atteggiamento del tuo autista temporaneo che ti fanno paura.
Ci sono eccezioni, per carità: ma il brutto è che si notano immediatamente. Ho preso molti taxi in questi anni, e non ricordo più di cinque occasioni in cui mi abbiano rivolto la parola. In due di queste, l'hanno fatto per chiedermi se ero "gringo" - curiosità che mi ha preoccupato vieppiù. Gli altri tre "gentili" erano - e questo la dice lunga - tra i più anziani, quasi a suggerire che il problema siano le nuove leve: quelle che sembrano composte da cloni, per tanto sono simili tra loro persino fisicamente.

Io credo che dietro i taxi bogotani ci sia una mafia (ben) organizzata. Che un unico gruppo di "boss" gestisca un traffico di licenze e permessi (veri o falsi), e che decida chi può (o non può) guidare un auto gialla a Bogotà. Che questo gruppo piazza i suoi protetti dietro il volante, tollerando i vecchi del mestiere ma tenendo fuori gli esterni. Che - magari - il canale sia stato sfruttato per re-inserire nella società un gruppo (grosso) di paramilitari smobilizzati.

Non ho prove e non ho mai sentito dire nulla del genere, nè da amici nè sulla stampa. Ma voglio lasciare prova datata che il vostro umile Doppiafila aveva intuito qualcosa...

mercoledì 7 febbraio 2007

"I 12 Apostoli" ed il Messia

Gustavo Petro - senatore del Polo Democratico - annuncia rivelazioni (?) sul passato (?) paramilitare della famiglia di Uribe. Quest'ultimo s'innervosisce e parla di "terroristi in abiti civili". I media fanno il possibile perchè nessuno se ne accorga, i giornalisti amano più la vita che l'indagine e l'opinione pubblica si prepara a digerire l'esito - quale che sia - di questa storia.

Era Giugno del 2005 quando per la prima volta Petro tirò fuori la storia dei 12 Apostoli, ma la storia era già vecchia di 10 anni. Fu infatti nel 1997 che il fratello del Presidente, Santiago Uribe Vélez, fu sentito per i "fatti" (sequestro, estorsione ed omicidio) attribuiti alla banda che - secondo l'accusa - fu formata dagli Uribe nel 1993. Le indagini restarono aperte per due anni finchè furono archiviate per mancanza di prove sufficienti, come informò Luis Camilo Osorio (all'epoca Fiscal General, poi Ambasciatore a Roma) in conferenza stampa.

Pochi giorni fa, approfittando dell'attenzione pubblica sul "destape para" (ovvero sull'inizio delle rivelazioni sui legami tra paramilitarismo e politica), Petro ha richiamato l'attenzione sul fatto che il Paramilitarismo non è esistito solo in Cordoba ed Urabá (regioni alle quale si riferiscono la stragrande maggioranza delle "confessioni") ma anche - e storicamente soprattutto - in Antioquia, regione della quale il Presidente Uribe fu Governatore dal 1995 al 1997. "Un'indagine in Antioquia ci darà la chiave dello sviluppo delle formazioni paramilitari" dice Petro, sottolineando che il periodo da studiare è proprio quello del mandato di Uribe.

Detto, fatto: Petro e la famiglia sono minacciati di morte da un nuovo gruppo paramilitare, le "Aquile Nere", formato coi resti delle recenti smobilizzazioni. "Tuo fratello continua a dare fastidio ed a cercare dove non avrebbe dovuto· è uno dei simpatici messaggi che hanno fatto scalare posizioni a Petro nella classifica dei più minacciati di Colombia. "Il Presidente è responsabile della vita dei miei familiari" dice il Senatore al Miami Herald.

Per tutta risposta, Uribe scatena un'offensiva mediatica incentrata sull'argomento "parliamo di paramilitarismo ma parliamo anche di legami tra terrorismo (di sinistra) e politica" e basata sull'immagine "forte" dei "terroristi in abiti civili" - che sarebbero gli ex M-19 che dopo la pace del 1990 entrarono a fare politica (tra i quali lo stesso Petro, Antonio Navarro e l'ex candidato presidenziale e sorpresa del 2006 Carlos Gaviria). Il PDA risponde con una "acción de Tutela" per ottenere la marcia indietro del Presidente, che rincara la dose e si fa presente insultando ed attaccando su tutti i media.

La domanda a questo punto - e se la pone anche il sempre attento Semana - è: perchè il Presidente è così aggressivo?

lunedì 5 febbraio 2007

La rivoluzione democratica al Congresso

Dopo che le elezioni di metà mandato avevano garantito ai Democratici la maggioranza del congresso statunitense, in molti si aspettavano grandi cambiamenti nella politica americana verso la Colombia.

In particolare, si parlava di due aree: il TLC ed il Plan Colombia. Il primo, si dava per scontato che sarebbe stato bloccato e rinegoziato per costringere la Colombia ad adottare misure di protezione dei sindacalisti e dei lavoratori minorenni (come condizione per poter accedere al mercato USA) - ad oggi ancora non si sa se sarà così.
Per quanto riguarda il Plan Colombia, la nuova maggioranza - si diceva - era propensa a rivedere la percentuale di fondi destinata ad aiuti militari: l'avrebbe sacrfificata per aumetare - al suo posto - i fondi per programmi civili.

Da Cipcol.org apprendiamo oggi i dettagli di questa "rivoluzione": la cifra del Plan per il 2008 è praticamente invariata rispetto all'anno scorso (586 milioni di dollari contro 587), mentre al percentuale di aiuti militari è scesa - udite, udite! - dal 77,9 al 76,2%.

Questi o quelli per la Colombia pari sono...

Molinari campione in Colombia


Edoardo Molinari - già famoso nell'ambiente per aver vinto lo U.S. Amateur nel 2005 - si è aggiudicato il suo primo titolo da professionista al "Club Colombia Másters Country Club 90 años".

Un po' per il caldo estivo che c'era a Bogotà, un po' perchè ha dovuto giocare due buche di spareggio dopo le 72 regolamentari, possiamo dire che il Molinari questo assegno colombiano se l'è dovuto sudare. Alla fine, un putt da cinque metri l'ha portato davanti ai due colombiani Mendoza e Benedetti, ai quali non è bastato il tifo di tutto il Country Club.

L'esultanza del torinese nella foto a destra, tratta dal resoconto della Federación Colombiana de Golf.


domenica 4 febbraio 2007

Rockola Fariana

Le FARC si propongono come governo alternativo del Paese, edin molte zone sono l'unica autorità in temi delicati come il monopolio della violenza, l'esercizio della giustizia, l'educazione eccetera. Non sorprende quindi che abbiano un sito web abbastanza completo.

Quando però sulla home page compaiono immagini come quella che vedete a destra ("Antologia della canzone Fariana - le 100 migliori canzoni guerrigliere in MP3") confesso di sentirmi un po' disorientato.

Non m'immagino chi possa scaricare sul proprio iPod canzoni come "El corrido de Marquetalia" o "Jacobo Arenas"...

giovedì 1 febbraio 2007

Giorno senza auto

Bogotà celebra oggi il suo nono "día sin carro": tra le 6 e 30 del mattino e le 7 e 30 di sera, nessun auto privata potrà circolare. Per i quattro quinti dei bogotani sarà un giorno come un altro; gli altri - i pochi che hanno la macchina, intendo - dovranno scegliere tra la sveglia all'alba, il Transmilenio, il bus od il taxi.

Se adottassimo i parametri europei, Bogotà non dovrebbe avere problemi di traffico: meno di un milione di auto per 7 milioni di abitanti, uno scherzo di fronte alla marea di metallo che circola ogni giorno per le strade (e stradine) di Roma o Milano. Eppure, il prblema traffico esiste ed è grave: gli imbottigliamenti sono all'ordine del giorno, i tempi di percorrenza aumentano, la "lotta" per lo spazio in carreggiata oppone mezzi privati e mezzi pubblici ed alla fine tutti perdono.

Il buon senso suggerirebbe che una città con poche auto non dovrebbe soffrire di traffico. La questione è semplice: il 90% degli automuniti lavora ed abita nella stessa zona (il Nord e NordOccidente, con qualche ufficio anche in Centro). Questo genera una concentrazione impressionante in quel centinaio di isolati che vanno tra la Calle 26 e la 126, mentre il resto della città resta relativamente tranquillo.

In altre parole: il problema del traffico a Bogotà non si risolve con nuove strade ma con nuove zone, con uffici e residenze costruiti al di fuori della ristretta "bolla" in cui si trovano oggi - e non ci sono segni che ciò possa accadere nel futuro prossimo. Restano quindi i paliativi, gli interventi radicali ed i gesti simbolici: tra i primi segnalerei le famose ciclovias, piste ciclabili che fanno bella mostra di sè nelle brochure promozionali della città ma che troppo spesso sono solo marciapiedi ripittati. Radicale invece il "pico y placa", schema di targhe alterne che tiene ferme il 40% delle targhe per 6 ore al giorno. E tra i gesti simbolici annovererei il "Día sin carro" di oggi.

Certo, alcuni dovranno usare Transmilenio, ma per loro sarà una pessima esperienza - lunghe code, bus stracarichi, sgomitate - e da domani saranno ancor più fan dell'auto; altri magari prenderanno la bicicletta, o il bus. La grande maggioranza si getterà alla ricerca di un taxi (ce ne sono 40,000, senza contare gli illegali) o allargherà la giornata lavorativa (come ho fatto io). L'inquinamento da CO2 scenderà, quello da PM10 salirà scandalosamente. Qualcuno si prenderà un giorno di ferie o di malattia ed i fotografi approfitterano per scatti inusuali. I commercianti protesteranno, gli ambientalisti festeggeranno, il 17% dei bogotani che va al lavoro a piedi noterà qualcosa di diverso. I giornali ospiteranno dibattiti, le TV manderanno inviati a mostrare la desolazione degli incroci più trafficati.

E domani si ricomincerà col primo dei 364 "días con carro".